Dionigi Mainini

Un ramo, per amico

 di Dionigi Mainini

 

Fu un vero incubo, il giorno in cui mi rivelarono la perdita della mia libertà.

Non lo dissero apertamente, ma capii che era per tutta la vita. Ergastolo, senza possibilità d’appello. Ricordo che passai la notte tremando e piangendo. Mi mancava il respiro e desideravo raggomitolarmi sul grembo di mia madre e sentire la sua voce, rincuorarmi, per il brutto incubo che stavo vivendo.

E’ stata dura, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, con la mente confusa e disperata, tesa a rifiutare quella sentenza. Con urla, pianti, rabbia e cattiveria, riversate sul mio … carceriere, unico essere umano ad avvicinarmi, come fosse colpa sua, la mia perenne prigionia. E lui, brav’uomo, a tranquillizzarmi, ad accudirmi, lavandomi da capo a piedi, liberandomi da ciò che il mio corpo espelleva, pregandomi di considerarlo … un ‘amico.

La notte, diverse notti, imploravo aiuto, con rabbia e astio, al crocefisso che sapevo pendere sul chiodo sopra il mio letto, perché intervenisse a porre fine alla mia esistenza. Da solo non potevo farlo. Il carceriere era meticoloso, attento a non lasciarmi a disposizione oggetti o alcunché potesse servire a realizzare quell’insano proposito. Poi, col passare dei giorni, penso grazie al suo buonsenso, trovò il modo di farmi ingerire i calmanti, che rifiutavo. Così mi calmai e, pur taciturno e ingrugnito, smisi di contrastare tanto violentemente, la sua devozione.

Trascorrevo ore a riflettere, con gli occhi che passavano dal poster di Springsteen, al soffitto rigato dalle travi di legno, al vetro della portabalcone che null’altro che un grosso pino e una fetta di cielo mi mostrava e, in quel riflettere quotidiano, ricordo, spesso andavo a valutare quale perdita di libertà fosse peggiore della mia. La libertà di parlare, di vedere, di sentire, di amare … o la mia, la libertà di camminare, di correre … e, a volte mi consolavo, a volte mi disperavo.

Un pomeriggio, con gli occhi puntati nel vuoto, mi accorsi di lui. Lo vidi che s’agitava lievemente, come per richiamare la mia attenzione. Sapevo della sua esistenza, ma non avevo mai notato quel suo lungo ramo che invadeva il terrazzino. Altre cose non avevo notato negli ultimi anni, trascorsi a vivacchiare all’università, a far scorrerie nelle discoteche, sui campi da sci, con gli amici … amici che dopo l’incidente, s’eran rarefatti, dissolti.

lo, prigioniero, nella mia cameretta e lui, là, oltre il vetro, a farmi compagnia, a distogliermi dall’apatia, a farmi sorridere con quel suo movimento buffo e accattivante tanto che cominciai a salutarlo al mattino, ad augurargli la buona notte la sera, a confidargli i miei tristi pensieri e lui, dondolava, ascoltava, docile e comprensivo. io poi sorridevo, della mia ingenuità, ma ne ero al contempo appagato. Finché un giorno, ventoso, al vederlo dibattere, disperato e impotente, mi commossi e desiderai toccarlo, accarezzarlo, per calmarlo … ma la carrozzina non riusciva a superare il gradino della soglia della portabalcone. Mancava ancora tanto. Allungavo il braccio più che potevo ma non lo raggiungevo e lui si dibatteva, ancor più, come per avvicinarsi, per toccare la mia mano.

Tentai, ritentai finché, ricordo, piansi per la mia incapacità, in quel momento e anche quella stessa notte, mentre dai vetri vedevo la luna, ch’era piena e sbirciava tra i rami e lui, ancora sballottato dal vento.

Il mattino dopo attesi che il carceriere si allontanasse, dopo avermi sistemato nella carrozzina e volli riprovare ad accarezzarlo e … con sorpresa, con grande stupore … senza fatica … ci riuscii.

Cos ‘era successo? Ero riuscito io a sporgermi di più o lui m’era venuto incontro?

Confesso che toccandolo, convinto d’essermi sporto come il giorno prima, l’emozione mi prese, gli occhi ancora mi si riempirono di lacrime e incredulo ma riconoscente alzai lo sguardo e andai alla ricerca, nell’immensa mole del pino, del punto ove rivolgere il mio ringraziamento … ma ogni ramo lievemente si dibatteva, mi salutava e io, balbettai, parole che non ricordo. Tornato in me e pur deridendo me stesso, provai la certezza d’esser stato ascoltato.

Ci vollero due giorni prima che il carceriere mi preparasse una piccola pedana per poter uscire sul terrazzino e quando potei farlo … no, non lo abbracciai, quel ramo, ma mi trattenni a toccarlo, a odorarlo … a scambiare pensieri e riflessioni.

Più tardi dal carceriere seppi che eravamo gemelli. Lui stesso l’aveva piantato nel giorno della mia nascita e al suo proposito di recidere quel ramo che ormai batteva sul vetro, con voce ferma lo pregai

“No babbo. Per favore, non  farlo. Mi fa compagnia. ”

Il babbo, sorpreso dal tono della mia voce, mi guardò e imbarazzato

“Un ramo … per amico? ” chiese sorridendo, accarezzandomi i capelli. lo, gli presi la mano la portai alla mia bocca e la baciai, sul palmo, lungamente.

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Bacco, Tabacco e Venere 

di Mainini Dionigi

La mia terra natia. Una verde vallata dipinta da campi e vigneti, percorsa da un’unica via che serpeggia e s’inerpica sin tra le case d’un paese arrroccato sulla collina e s’interrompe in una umile piazzetta, ove un campanile stanco s’appoggia ad una chiesetta in mattoni consunti attorniata da mura ammuffite, finestre e balconi infiorati, portine socchiuse e … null ‘altro. Nessuna aiuola o monumento, nessuna fontanella, nessuna targa che ricordi concittadini o viandanti illustri anche se, nel mio piccolo e anziano paese, han vissuto e vivono tuttora persone meritevoli. Il sindaco, basso e cicciottello che mai indossa la cravatta; il parroco, privo di perpetua ma sempre puntuale nel suonar la campana; l’ostetrica, che da quarant ‘anni abbraccia i rari nascituri prima delle loro madri; la signora Matilde, maestrina zitella che tutti amano; Rino, il barbiere-sarto-calzolaio a volte anche farmacista … insomma diverse persone degne d’esser citate ad esempio ma, in questa mia memoria voglio ricordare la figura di Nonno Enrico, descrivendone virtù e umani difetti.
Dunque … bacco, tabacco e venere rappresentavano il suo vangelo, poiché, nonno Enrico beveva e fumava il sigaro, di mattina, di pomeriggio, di sera e anche di notte e, tastava il sedere a tutte le donne che gli capitavano a tiro, anche a Suor Angelina santa donna, cugina di nonna Rosa, quando veniva a farci visita. E lei, Suor Angelina, paffuta e rubiconda, infiammava il viso ma non fuggiva. Lo sgridava e gli tirava le orecchie ma alla fine sorrideva. Anche la nonna, sempre presente, brontolava ma non s’arrabbiava. Quando però accadeva che il nonno mettesse mano al sedere d’una vicina di casa o a chiunque indossasse una sottana, che non fosse Suor Angelina, allora erano tuoni e fulmini, per il nonno e ancor più per la malcapitata.
Nonno Enrico, raccontavano fosse nato in una vigna, in un pomeriggio d’ottobre, nel bel mezzo della vendemmia. Raccontavano anche che l’avevano deposto non in una mangiatoia ma in una cesta di vimini tra i grappoli d’uva matura e che per calmare i suoi strilli gli avevano spremuto diversi acini d’uva nera sulle labbra, riuscendo nell ‘intento. E che nelle notti insonni, per il primo dentino o il male al pancino, per calmarlo bastava che nel biberon ci fosse non camomilla che rifiutava, ma del chiaretto, allungato con acqua. Dicerie forse, fatto sta che il nonno crebbe sano, forte e allegro. Di un’allegria gentile e contagiosa che lo faceva amare da tutti, specialmente dalle donne.Alto come un cavallo, corporatura snella e atletica, folti capelli neri brizzolati, grandi occhi color cielo, pomelli sempre sgargianti, sorriso accattivante, risata argentina e, col suo cappello d’alpino in testa, nessuna sapeva resistergli. E più beveva più l’allegria e la simpatia aumentavano, diventava persino più saggio e più amabile. Ricordo che di giovedì, nel tardo pomeriggio, io allora ero alto solo tre spanne, metteva il cappello d’alpino, quello bello della festa con la piuma ancora intatta e lucente e mi portava con sé in paese. Per la via era tutto un salutare uomini e donne che al solo vederlo, pur s’erano tristi, gli sorridevano. All’osteria, nella piazzetta, tutti lo circondavano ed io, sulle sue spalle, ondeggiavo e mi divertivo. Al banco non vuotava mai il bicchiere. Lasciava un goccio di vino e senza parlare me lo porgeva e io bevevo. Poi di nuovo, lo riempiva. Raggiunte le quattro spanne, il nonno cominciò a portarmi nella vigna e io m’incantavo ad osservarlo mentre accarezzava le viti, o restavo imbambolato ad ascoltare i suoi racconti e i suoi insegnamenti. Succedeva anche, durante la vendemmia, che mi accostava ad una vite, mi metteva il suo cappello, sceglieva un grappolo d’uva alla mia portata, senza staccarlo me lo faceva tenere tra le mani raccomandandomi di non abbandonarlo finché lui fosse tornato e … andava ad aiutare, Ester, dai capelli rossi e le gambotte tornite o Maria, la biondina dal sedere che straripava dai pantaloncini, oppure Loretta, dal reggiseno gonfìo e traballante. E io, carponi tra le foglie, sbirciavo, forse arrossivo, forse ridevo ma subito tornavo a riprendere tra le mani il grappolo d’uva che avevo abbandonato. Quando tornava, il nonno canticchiava. Subito riprendeva il suo cappello, staccava il grappolo che io stringevo invitandomi a mangiarlo, mi si sedeva accanto, s’accendeva il sigaro, pescava dal cespuglio il fiasco di vino, tracannava una lunga sorsata e mi sollecitava ad imitarlo. In tali occasioni mi dava lezioni, sul valore dell’uva. Quella bianca diceva, nata dalle lacrime di Eva quando ancora era signorina, sola e poco entusiasta. Quella nera invece, nata dalle lacrime della stessa Eva dopo aver mangiato la mela, raggiante, allegra e piena di vita, lei e il suo Adamo. E rideva, rideva a squarciagola. L’uva è rotonda come la terra, come il sole e tutti i pianeti, come tutto l’universo, come le poppe di Loretta o le chiappe di Maria. L’uva contiene un nettare miracoloso che guarisce dai dispiaceri e dalle malattie, è sangue degli dei, è linfa del Paradiso, predicava e le ultime parole le gridava e vedendomi intimorito strappava un grappolo d’uva dalla vite, lo maciullava nella mano e me lo spandeva sul viso, scoppiando poi nella sua solita fragorosa risata.
Tutti volevano bene al nonno e tutti a lui ricorrevano per … per far partorire una mucca o una cavalla, far riappacificare due paesani in litigio, curare vigne ammalate, far rincasare una moglie scappata da casa … anche quella volta il nonno riuscì nell ‘intento. Lui stesso la riconsegnò ma rischiò di brutto, in quell’occasione.
Venne però giorno che il nonno ebbe un incidente. Stava salendo sulla scala della cascina quando un piolo si ruppe e lui cadde e sbattè la testa per terra. Ali ‘ospedale in città, i primi giorni davano poche speranze di poterlo salvare e io, al suo capezzale, al vederlo pallido, con gli occhi chiusi e senza sorriso, mi ero spaventato ed ero corso nella cappella dell’ospedale, disadorna, con pochi santi e qualche candela accesa. Ricordo che lacrimando camminavo avanti e indietro indeciso a chi rivolgermi finché, vista la Madonnina, incorniciata, indorata e con due lacrime sulle gote color del vino, proprio a Lei mi sono rivolto, promettendo che se l’avesse salvato non avrei mai più bevuto vino.
Occorsero nove giorni alla Madonnina per accettare il mio voto e consentire al nonno di svegliarsi e chiedere da bere, e altri sei ai medici per dargli il foglio di via. Nel salutarlo le infermiere erano tutte commosse e io, felice ma al tempo stesso preoccupato per il voto fatto, il giorno dopo raccontai tutto al nonno. Dapprima sorrideva, poi il sorriso è andato spegnendosi e alla fine son comparsi due grossi lacrimoni, ed erano bianchi non rossi. In silenzio mi abbracciò, come mai aveva fatto, si soffiò il naso e … “Tranquillo, ci penso io a risolvere il tuo problema. “mi sussurrò in un orecchio.
Lo stesso giorno all’imbrunire, seduto ad ammirare la sua vigna, mi chiamò, mi fece sedere accanto e … “Ho parlato con la Madonnina dalle lacrime color del vino e lei ha accettato. Il tuo voto passa a me. Sono io che non devo più bere vino. “mi rivolse, serio, senza la sua cara risata. E da quel momento iniziò a bere solo acqua.
Era sempre il mio caro nonno ma la sua bella barba bianca più non si spalancava a mostrare la sua gioia di vivere. Si chiuse in se stesso, abbandonò il suo sigaro, più non tastò il sedere alle donne e un triste giorno, non si svegliò, nonostante io avessi continuato a rispettare il mio voto.
Se n’era andato nella notte, in silenzio, senza disturbare e col sorriso sulle labbra comparso da sotto la barba che la nonna volle far sparire dal suo bel viso. Quel mattino notai, sul comodino, un bicchiere col fondo sporco di vino e compresi il perché di quel suo sorriso. Era stato quello il suo ultimo sorso di vita.
C’erano tutti gli abitanti del nostro paese e anche dei paesi vicini, al suo funerale. La chiesetta era stracolma e il parroco, non confessore ma suo sincero confidente, parlò del nonno con voce rotta dall’emozione ma col sorriso sulle labbra. Il sindaco, non era mai successo, indossava la cravatta. La signora Matilde piangeva. L’ostetrica, vecchia fiamma mai spenta del nonno, si teneva in disparte. Rino, il barbiere-sarto-calzolaio, quasi bisticciò per esser portantino del feretro e tutti gli altri paesani maschi trepidavano, nell’attesa che la funzione terminasse per poter rendere il dovuto omaggio al nonno, all’osteria. Io, dopo il funerale ripresi a bere vino. A quel punto quella rinuncia mi sembrava inutile e certo il nonno da lassù concordava, ne avevo conferma dalla sua foto sulla lapide, raggiante e inebriato di vita. Quella foto, ricavata da una scattata alla festa degli alpini, è incompleta. Ne manca un pezzo significativo. Il suo braccio teso, ad innalzare il fiasco di vino.
Ancor oggi quando cammino per le vie del paese, gli anziani mi fermano e ogni volta mi ricordano la loro amicizia con lui ed è sempre un raccontare col sorriso sulle labbra che spesso si tramuta in simpatiche risate. La vigna, l ‘ha ereditata mio padre e pochi anni fa l’ho ereditata io. Ci lavoro con passione seguendo il consiglio del nonno, non quantità ma qualità e, durante la vendemmia vedo Gabriella, con gli occhi color del mare, Luisa, coi riccioli color del grano maturo, Adriana, con le labbra color del mosto. Le aiuto, a sollevare le ceste, ma non tasto il loro sedere e non gioco a nascondino con loro forse perché … io non sono alto come un cavallo e non ho occhi color del cielo, i miei capelli non sono neri e brizzolati e non porto il cappello d’alpino. O forse perché non bevo abbastanza vino, o perché non ho un nipotino da accompagnare nella vigna e fargli tenere tra le mani, un grappolo d’uva.

 

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