Luca Cuni

Ciao Lorenzo Arrivederci Amore Ciao

di Luca Cuni

Odio il cellulare. Quando suona la domenica mattina lo lancerei dal terzo piano.
Sono le otto. E’ il centralino della redazione. C’è stato un terribile incidente stradale.
E’ l’annuncio dell’ennesima strage.
Scontro tra due auto.
Drammatico il bilancio: papà, mamma, figlioletto di cinquanta giorni si sono schiantati sul Grande Raccordo Anulare all’altezza dello svincolo A24 (Roma-L’Aquila).
Famiglia distrutta, due morti sul colpo e il neonato in condizioni disperate.
Li aspettavano a L’Aquila. Avrebbero dovuto raggiungere gli altri due piccoli figli, i quali stavano trascorrendo il fine settimana nell’abitazione dei nonni materni.
Il conducente della seconda vettura coinvolta è in prognosi riservata.
Pochi, pochissimi giri di lancette e sono sul luogo del martirio, catapultato nella tragedia. E’ il punto di partenza della mia giornata che avrà come punto d’ arrivo la camera mortuaria di un cimitero, i cipressi e l’odore dei morti.
Le nuvole sono basse e fa freddo, anche se la primavera è annunciata dal volteggiare delle rondini. Ma ora non conta. Non mi serve il computer, basta il piccolo taccuino, perché meno notano un cronista meglio è. E’ una regola non scritta.
Lo scontro è frontale, una catastrofe. C’è sangue sull’asfalto. Scuoto il capo.
Un saluto fulmineo agli agenti della stradale ed ai vigili del fuoco ed inizio il lavoro: devo ricostruire la dinamica dell’ accaduto e risalire a uno stato di famiglia che non esiste più.
Ho 45 anni e sono giornalista da venti. Mi occupo anche di cronaca nera, lavoro insolito: incendi, rapine, omicidi e incidenti mortali, troppi mortali.
Quelli che ti procurano angoscia per il dolore degli altri, che a volte ti fanno rimanere senza respiro e che ti accompagnano la sera, quando chiudi gli appunti, spegni il terminale e tiri le fila della giornata. Poco prima dell’ultimo atto, il bacio a Marta, mia moglie e Giulia, mia figlia.
Una vita nomade fra lapidi e fiori, fra storie tristi da ascoltare e raccontare.
C’è un silenzio irreale. Parenti e conoscenti si contano sulle dita di una mano. Faticano a tenersi in piedi. Hanno gli occhi inchiodati sulla strada e pensieri solo per i loro cari.
Devi provare a sfiorarli senza recare loro altre sofferenze. Sai che esiste un diritto dei lettori all’ informazione e un’ etica da considerare. Ecco un’auto blu, è il magistrato di turno.
Arriva anche Brando, il fotografo del giornale.
Soltanto ventiquattro ore prima eravamo sul Grande Raccordo Anulare per la consueta tragedia della strada: un maxitamponamento trasformato in una battaglia, due morti e cinque feriti.
Sabato scorso in tangenziale, Brando ha scattato una fotografia da <Pulitzer> per fotoreporter. Una scossa che vale più di mille parole, sanzioni, autovelox, decurtazione di punti sulla patente e progetti di educazione stradale per le coscienze di chi sceglie l’eccessiva velocità.
C’è il solito lenzuolo bianco che copre una giovane vita. Una Smart capovolta. Il padre in ginocchio che percuote con i pugni l’ asfalto grigio a due passi dal corpo della figlia ventenne. La madre con le mani nei capelli. Intorno due agenti della Polstrada. Tutto concentrato in una spietata fotografia.
Poco più di due ore e ho quello che cercavo sul tremendo schianto. Raccolgo testimonianze che colpiscono al cuore. Non posso permettermi sensi di colpa e quindi devo rompere il ghiaccio.
Lego con Luca, un cugino della famiglia falciata.
Ci avviciniamo a Roma. Luca mi viene appresso.
Per prima cosa devo conoscere il destino del piccolino di cinquanta giorni in rianimazione al San Camillo.
Ci sediamo a un tavolino di un bar. Il posacenere straborda di mozziconi e ricevute.
Lui fuma nervoso con occhi persi, mentre le lacrime gli solcano le prime rughe.
Proviamo ad immaginare un futuro per i due fratellini di sette e nove anni, in attesa di abbracciare i genitori. Difficilissimo. Tutto è buio e pensiamo a quelle morti come a una doppia tragedia. Da una telefonata apprendiamo che non sanno nulla dell’ accaduto. E’ stato detto loro che mamma e papà hanno avuto un incidente, si sono fatti male e hanno dovuto ricoverarli in ospedale.
Stappo una Becks e provo a sgranocchiare un panino. Fatico.
Ore 15. La sala d’attesa del reparto di rianimazione è un purgatorio. Un incastro di pene e speranze. Il piccolo fiore innocente è vivo. Ma un’ora dopo, i sanitari comunicano l’avvenuto decesso. Una mazzata. Mi sento sfinito, nauseato per le tante infinite croci.
Mi presento e stringo la mano al prete della parrocchia dove risiede la famiglia.
Mi conferma che è riuscito a battezzare Lorenzo.
Sono le 16.30, mia moglie mi telefona per sapere se accettiamo una pizza con amici alle 20. E’ domenica. Le rispondo: <Marta va bene. Vi raggiungo>.
Bugia. Anche per scelta. La strage sarebbe stata il crocevia della serata, è già andata in pasto alle televisioni e ho imparato a tenere distante la mia famiglia dal mio lavoro.
Rifletto sul da farsi. Saluto Luca. Decido per un salto al cimitero per saperne di più sulla perizia necroscopica sui genitori stabilita dall’autorità giudiziaria.
Il telefonino trilla in continuazione. La televisione locale mi chiede una diretta telefonica durante il notiziario della sera. Okay. Alle 19.30. Un minuto.
Il caporedattore mi comunica che sono predisposte tre pagine da riempire.
Mi competono due servizi: centoventi righe di cronaca e cento riservate alle testimonianze.
Nel frattempo la salma del neonato viene composta nella camera mortuaria dell’ospedale.
I drappi non nascondono certo la morte. Tutto è viola, tranne la piccola bara bianca. Sotto c’è già un segno d’amore, un mazzo di candide rose seguite da un biglietto bianco. E’ scritto con un pennarello azzurro dalla cuginetta Stefania. Il pensiero è suggerito:
<Ciao Lorenzo. Arrivederci Amore Ciao >. Più sotto: <La tua cuginetta Stefy >.
Salgo in auto verso casa. Il vento ha sgombrato le nuvole e dal finestrino godo il tramonto che avvolge la capitale. Bello, niente da dire. Inizio a scrivere. Questa è la mia vita.
A volte è una quotidiana sofferenza, ma la passione per la cronaca nera monta come adrenalina. Il sonno bussa alle tempie, ma non è il momento.
Torna la mia famiglia. Marta pretende spiegazioni che già conosce. E’ intelligente e alla fine mi chiede come è andata e mi porta una fetta di crostata. Chiedo il bis.
Lancio un’ occhiata alle statistiche di una guerra infinita: negli ultimi sei anni in provincia poco meno di mille morti sulle strade. Pura follia. Una disgrazia ogni due giorni. Il 51% dei deceduti aveva meno di quarant’anni. Gente che aveva davanti a sé grandi speranze.
Poco meno del 40% sono motociclisti. I centauri, casco escluso, non godono di nessun tipo di protezione e per loro, senza vie di fuga, la strada è una trappola.
Sono le 22,30. Attacco il telefonino al computer portatile e invio i due files in redazione.
La testancomincia a pesarmi, pochi attimi e crollo sul divano.
É’ mezzogiorno di un altro giorno. Alle 14 sarò in redazione. Oggi niente <nera>.
Ricevo una telefonata. A due chilometri da casa mia è successo qualcosa di grave.
Arrivo sul posto. Scontro auto-scooter. Lungo questa bretella perse la vita una diciottenne pakistana. C’è Brando il fotografo, in lacrime. Mai successo.
Si avvicina il maresciallo dei carabinieri e mi dice sospirando: <Francesco>.
Ha l’aria del boia che prende per mano un condannato a morte.
Ditemi che non è vero.
C’è il lenzuolo. C’è qualcosa di familiare nel motorino.
E’ di Giulia, mia figlia. Dio mio! Stringo i denti e penso a sua madre. Giunge Marta sorretta dal fratello.
Ci stringiamo forte per alcuni interminabili minuti. Scene che ho già visto. Ma questa volta il dolore è nostro.
Sento forte il peso di una croce che ci porteremo dentro tutta la vita e che nulla potrà mai lenire. Sale la rabbia, tanta rabbia e disperazione.
Arriva don Sergio, il curato, un amico. Recita un passo del Vangelo in cui Marta, perso il fratello si rivolge a Gesù: <Se tu eri qui mio fratello non moriva!>. <Tuo fratello risorgerà>, risponde Gesù: <lo sono la resurrezione e la vita. Chi vive e crede in me non morirà mai>.
Dio è grande. Ma mi viene da chiedere al Padreterno perché è successo tutto questo. Perché a lei e non a me? Resto fermo senza rendere visibile la mia angoscia.
D’un tratto ecco uno strattone. E’ Giulia. Mi risveglio in un bagno di sudore. Ha il solito ghigno strafottente, due grandi occhi azzurri e i capelli disfatti, ricci e scuri. Mi riprende: <Papà. Sono le quattro e stai dormendo sul divano con la televisione accesa>.
Questa volta stavo solo sognando.
Sorseggio una birra per scacciare incubi e sofferenze. Lo schermo della televisione è l’unica sorgente luminosa della stanza. Fuori nessuna luce. Tra poco sarà giorno.
Mi sposto in camera da letto. Marta dorme e la bacio sulla fronte. Mi stendo sul letto con gli occhi chiusi ma non riesco ad appisolarmi. Giulia è tornata nella sua stanza.
Penso al piccolo fiore in paradiso e ai suoi fratellini rimasti quaggiù. Mi chiedo che giornata sarà per loro quella che sta per iniziare. Per il cronista sarà il giorno della <ripresa>, un’altra pagina di giornale da farcire: autopsie, funerali, il lutto del paese.
Non tocca a me. Niente cronaca nera oggi, <mestiere> che si adora e si maledice.

 

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