Renata Agosti

Quella volta lì

di Renata Agosti

Si, come quella volta lì, quella volta lì che mi hai fatto morire: di paura.
Il telefono squilla, sono già sul telefono, uno squillo e poi silenzio. So che sei tu. “Vado da sola a fare l’esame, poi ti chiamo ma non sarà niente” avevi buttato lì, in modo casuale.
Non è vero, allora. E’ “qualcosa” che brucia le tue corde vocali impedendo suoni rassicuranti.
Non riesci a parlare, un’angoscia profonda che ospitavo da giorni esplode sorda, strisciante, mi aggredisce. Tu non parli, solo “mamma” ripetuto due volte. Piangi in silenzio, attraverso la cornetta ascolto il tuo pianto sommesso. Niente parole, solo il rumore delle lacrime.
Avevamo già condiviso una serie di dolori, di minacce sospese, di attentati alla vita. Signore basta, lasciaci in pace. Basta prove. Ora dedicati ad altri, non ci sottoporre più a test della vita.
Correvo con la bicicletta, ad ogni pedalata il mio cuore rispondeva sordo e mi chiedevo perché ancora paura, ancora dolore.
Le mie colleghe avevano cercato di rassicurarmi ma anni di vita in comune, di lotte dure, avevano stabilito un linguaggio nostro precluso agli altri, ai non noi. Il tuo silenzio era una condanna. Per te, figliolina mia.
“Stai lì, ti raggiungo, ti trovo, volo da te”.

L’abbraccio forte, forte, la stringo al petto: è pallida e spaventata. L’abbraccio in silenzio anche se vorrei rivolgerle mille domande. Devo darle tempo, il pianto impedisce le parole. “lo ci sono” le dico “sono qui con te e vorrei rimetterti nella mia pancia per proteggerti come quando eri un’idea di bimba”. La mia bimba bellissima e bionda, gli occhi grigi, grandi. Penso che gli angeli siano come te.
Mi bagna il collo e la maglietta scollata.
Il caldo è tanto ma non lo sento. Sento solo lei, la mia grandona.
“C’è una cosa dentro il mio fegato, una cosa grossa, una macchia scura enorme …. ” La lotta: un’altra.
Un’altra ancora dopo tante. Rimbocchiamoci le maniche e partiamo lancia in resta. Insieme. Ancora.

L’Istituto è grande, bellissimo, luccicante, sembra un grande albergo a cinque stelle. E’ l’albergo della vita, si entra per riprendersela.
Ma non ti lascio, non sei sola angelo mio. La mamma non ti molla, non ti molla a nessuno, neanche a lei, alla morte.
Ricovero d’urgenza. Le ventenni a rischio hanno priorità. Il nemico, invisibile, lavora dentro di te, contro di te. Ma lui non sa con chi ha a che fare. Siamo due soldati ben addestrati, pronti alla lotta, abituati a combattere, a vincere, non ci sono alternative. Nella sala d’attesa cogliamo brani di conversazioni, l’argomento è uno: la malattia. Visi affilati e pallidi, poche parole, atmosfera greve. Noi in silenzio, le parole stanno nascoste, aspettiamo, la mia mano stringe la tua. Cerco di trasmetterti la mia fiducia, la mia speranza, la mia certezza: si tratta solo di un passaggio obbligato.

L’intervento è solo il tramite per liberarti dell’ospite ingombrante e cattivo, e poi di nuovo a casa, nella nostra personalissima fortezza.
Questo ti dico ma tu non parli. .. Anche il dolore ha un’etica: il silenzio.
Stai incollata a me, sei ridiventata la mia piccolina, la mia cucciola impaurita che tace, non fa più domande. La paura è diventata la tua compagna.
Ma perché non a me?
Il divano è confortevole. Vorrei addormentarmi per non vedere, per non sentire e svegliarmi pensando ad un incubo ingombrante. Invece tutto è vero. L’incubo, lo stiamo vivendo.
Ci si guarda tutti con l’animo in sospeso, sguardi comprensivi, solidarietà tacita, un denominatore comune ci unisce e ci separa, la consapevolezza della paura.
Tutti in attesa di iniziare la lotta.

Signore, dove sei?
La tua camera è bellissima. Una grande vetrata. Tanta luce, tanti alberi verdi e vivi, più vivi di te che mi guardi, pallida e muta.
Ho paura.
Sono disposta a scendere a patti con te, Signore. Non fare scherzi se no … Minaccio il Grande Regista, io, atomo dell’infinito.
Vengono le amiche del cuore. Sorrisi freschi, parole leggere come le loro camicette, ti svolazzano intorno mostrando un’allegria non provata.
La loro euforia cerca di riempire il silenzio. Il tuo, mio piccolo grande generale combattivo. Cioccolatini, tulipani bianchi che adori, il profumo cult, un piccolo elefante con la minuscola proboscide che fiuta l’aria “mettilo sotto il cuscino Franci, ti porta fortuna”.
Tua sorella vaga per casa. Le manchi, non capisce perché te ne stai lontano. Le mie spiegazioni non la convincono.
Quando la porto da te impiega molto tempo per varcare la soglia della tua camera. Preferisce stare sulla porta, lontano dal letto. Tu le offri un viso pallido e poco incline al sorriso anche se ce la metti tutta per sembrarle serena. Solo per lei questo sforzo. E poi si vedono. Si vedono le persone “in lotta” negli ampi corridoi illuminati sempre a giorno con il loro carrellino della vita: l’ossigeno. Si vedono le teste rasate, le facce smunte, le processioni di mamme, papà, amici, fidanzate.

Il Giorno desiderato e odiato, il Giorno della paura tangibile, di quella lingua arroventata che ti fruga dappertutto, arriva. Finalmente oggi mani amiche ti apriranno, entreranno dentro di te. Tu dormirai cullata da quella energia che voglio trasmetterti con quella forza strana, possente, quella forza straordinaria che mi prende e che ha una sola origine: amore.

La Cappella è silenziosa. Sono sola, la piccola statua di una Donna che culla il Bimbo è l’unica compagna. Una mamma, con lei posso parlare, mi ascolterà sicuramente.
La Cappella raccolta, piccola, è inondata di sole. Un sole fresco, il giorno è cominciato da poco.
Quando finirà questa giornata di mille ore? Come finirà questa giornata di mille ore? “Non farti vedere quando vengono a prendermi” mi hai sussurrato la sera prima. “non voglio nessuno, nemmeno te mamma anche se so che sarai vicino, vicinissima”.

La sveglia suona molto presto, quel Giorno, ma è un suono inutile, anche Morfeo ha pensato di distrarsi nella notte lunghissima. Una notte da sola. Sola con i pensieri, le speranze, lo strazio dei possibili e terribili responsi.
Mi sono nascosta velocemente dietro la colonna, c’era un accordo tra noi e mai lo avrei infranto. Ma io volevo vedere te. Ho sentito le voci degli infermieri, dolci e persuasive. Ero contenta che ti trattassero bene. Un cigolio, faccio appena in tempo a sottrarmi ai tuoi occhi ma tu non sfuggi ai miei. Ti faccio un lenzuoli no d’amore che ti accompagni dentro la sala delle magie, le magie di mani attente, le magie della tecnologia, le magie della … speranza.
Ed ora sono qui, in compagnia di una Mamma in gesso che abbraccia il suo figliolino che le sorride. Vivo.

Solo qui voglio stare.

Le ore passano, il tempo si ferma, la sedia brucia, la testa vacilla, la paura incalza. Le mie incursioni davanti alla porta ermeticamente chiusa non danno gli esiti sperati. Il “Blocco operatorio” ti tiene prigioniera.
Di te non so niente, per cinque ore, cinque secoli pesanti come macigni che non riesco a far scivolare da me, che mi schiacciano.
Apri gli occhi un momento, grandi e profondi e finalmente un suono “sono viva”. Una dichiarazione di identità, di possesso del proprio corpo, dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. “Sono viva”.
I tubi ti escono da tutte le parti, soffri e chiudi gli occhi per tener fuori anche me, il dolore occupa tutti i tuoi spazi.
Non so dove mettere le mani. Non c’è spazio per una carezza, la tecnologia ti invade. Il primo goal a nostro favore. La bionda sa combattere, saprà vincere.
Le luci si attenuano, le voci si affievoliscono, i rumori si placano, la notte, finalmente, la notte di un giorno da mille ore.

Uno a zero, palla al centro: intervallo.
Un intervallo che ci terrà sospese in un limbo dal quale non vogliamo uscire se non a cose fatte, a esiti comunicati, a speranze certe.
Dormi, il tuo respiro leggerissimo mi fa compagnia mentre ti guardo e spero.
Non mi distraggo. I libri, grandi intimi amici, sono lontani come lontano è tutto. Solo un pensiero fisso, un chiodo piantato in mezzo alla fronte. E adesso?
I pensieri vagano sbrigliati in una corsa folle dove si sovrappongono, si mescolano, sembrano schizzare fuori dalla mente e materializzarsi. I miei pensieri, le mie speranze per te: anche per te un futuro. Un futuro buono, sicuro.
La brutta “creatura” che albergava nascosta dentro di te ora verrà passata al setaccio, esaminata, frugata, soppesata, filtrata ….

“La ragazza non si alimenta, pare non aver voglia di reagire. L1ntervento è stato molto “importante”, deve riprendersi, mangiare, fortificarsi.” Mi guarda serio il Dottore e mi fa una proposta di quelle che non si possono rifiutare. Troppo allettante.
Abitiamo a 10 minuti di macchina dall’Istituto. Dimissioni quindi, dimissioni condizionate.
Sono felice! In processione, dietro il tuo carrellino della vita, ti racconto il ritorno che awiene piano piano “a 20 all’ora, mi raccomando! Ogni scossone è uno strazio. Controllo tra dieci giorni”.
L’auto procede lentamente incurante dei clacson pigiati con rabbia da guidatori infuriati; gli epiteti non sono eleganti.

Chi se ne frega. Loro non sanno, io si. lo so cosa è la gioia, quella sensazione di potenza che ti scoppia dentro; intanto me la porto a casa. Le sorrido e la guardo “la pancia distesa, mi raccomando!”.
Lei sorride, finalmente, senza parole. Anche nella gioia le parole possono essere invadenti, come nel silenzio. La gioia non ha bisogno di commenti.

Il tuo ragazzo ci attende davanti al portone, gliela sto riportando, lui la bacia piano. E’ come una porcellana di Sevres la nostra ragazza coraggiosa.
La tua camera lustra, tulipani bianchi sul tavolino.
Sguardi complici…

Giorni infiniti, domande sospese, paure nascoste in compagnia di una domanda sempre fissa in testa, sempre, anche quando cerchi di dormine per far scorrere il tempo più in fretta.
La cartella mi sfugge dalle mani, un tonfo sul pavimento.
Un attimo, un lampo nella mente e nel cuore, cose passate, cose finite. La riprendo per lasciarla scivolare nello scatolone pronto per il trasloco.
Scotch, tantissimo scotch intorno allo scatolone. Non sarà necessario aprirlo nella tua nuova casa, puoi infilarlo dentro un armadio, così com’è.
“Nonna, nonna vieni voglio farti vedere una casali.

Il presente, il presente radioso, il buon futuro; tua figlia mi chiama, sono curiosa, vado da lei, la cucciola della mia cucciola mi vuole.

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