Capelli biondo pane di Roberta De Santis

Capelli biondo pane

 di Roberta De Santis

Viola era il nome di una bimba coraggiosa, dai capelli biondo pane. Inno al sole di ottobre, perlato, morbido.

Quei capelli incorniciavano un visetto che appariva dipinto con colori a cera. Occhi di un oceano azzurro, in cui era facile tuffarsi ma problematica la risalita; occhi blu come un amo gentile, da cui ci si sganciava sempre mal volentieri. Un nasetto minuto ed elegante, leggermente rivolto verso l’alto a prediligere il profumo delle nuvole; piccola diga posta a contenere il rossore sempiterno delle sue guance smunte.

A rifletterci bene però, si rimaneva veramente incantati, a guardarla sorridere. Ogni volta lo stesso panorama a perdifiato; un filare di gigli candidi a dare il benvenuto a chi, ospite interdetto, si ritrovava affacciato su quella terrazza di sole.

Sette anni, principessa più adulta del suo castello incantato. Possedeva una empatia speciale, ad impatto immediato. La mamma le sorrideva, cercando di nascondere la sua ossessiva preoccupazione; lei con dolcezza le si avvicinava e sfiorandole il viso dalla fronte al mento le sussurrava Io sono qui! traghettandola all’attimo presente, a quell’istante che era reale, vero, l’unico davvero importante.

Dormiva in un letto di sogni, in una cameretta rosa confetto, con cassettiere celesti dove nascondeva i suoi segreti di futuro. Tanti peluches adagiati sul tappeto, ad accompagnarla nel tragitto dalla sera alla mattina, custodi dei buoni pensieri di quella bambolina bianca e gialla.

Appesi alle pareti i disegni della bimba; amava le nuvole, nelle infinite forme in cui abbellivano il cielo. Nuvole candide, dai riflessi perlati, poi rosa e poi vermigli, in un tragitto naturale verso il tramonto.

Appena sveglia la mamma la chiamava dalla cucina, mentre le preparava la colazione.

Lei, girasole piccolino, voltava lenta la testa verso la porta e rispondeva al richiamo con un filo di voce.

Era stanca, già dal mattino.

La leucemia le aveva trascinato via tutta la sua baldanza bambina, mangiando a bocconi la volontà di reagire e la sua acerba pazienza.

Due anni dalla cattiva scoperta, due anni di spostamenti, due anni di cure. Proprio quelle cure le regalavano la salute a giorni alterni; e così aveva giorni in cui si sentiva forte, quasi guarita e di buonumore; altri in cui rimaneva a letto distrutta e riusciva a nutrirsi a malapena.

Il giorno in cui la madre apprese dai medici la positività di Viola alla leucemia, ebbe per qualche ora un totale stordimento, con nausee, vertigini, un gran mal di testa accompagnato da un dolore acuto alla cervicale,  come se qualcuno le avesse piazzato una gran bastonata al livello del collo. La rabbia salì in fretta, caffè nero da una moka bollente; dopo essersi assicurata del profondo sonno della bimba, uscì di casa, prese la macchina e si diresse nel punto più alto di quel paesino di montagna in cui abitavano. Scese e si sistemò sul bordo di un dirupo, che era come una voragine infinita e tetra. Con gli occhi bassi, poggiati sull’oscurità di quella gora torbida, rivolse qualche parola a un Dio di cui non era certa l’esistenza ma che in quel momento sembrava l’unica entità a cui rivolgersi; parole che volevano essere una preghiera ma che la rabbia trasformò in un avvertimento. Sfatta d’angoscia, col suo cuore gocciolante di sgomento, s’inginocchiò e chiese a mani giunte, strette strette, la vita di quella bimba, che era innocente, troppo piccola per aver colpa alcuna; giurò a gran voce che avrebbe pagato lei, per qualunque cosa; che avrebbe pagato con la sua vita se l’avesse concessa a Viola.

E urlando minacciò un Dio qualunque, che se le avesse portato via quella bimba che era il suo respiro, il suo battito, il suo sguardo, avrebbe fatto in modo da metter fine comunque anche alla sua vita.   Prese a combatterla, la malattia,  fissando visite su visite. Ma al contempo, nervosa ed irascibile, non s’accorgeva di sfinire la bimba, che non ne poteva più di subire tutta l’ansia e quei continui andirivieni. Dopo un anno di trasferte e continue brutte notizie, la donna capì che il suo atteggiamento forse poteva essere comprensibile ma comunque non giustificabile. Era Viola a soffrire, Viola a subire, Viola a gonfiarsi di cure e sempre lei a prepararsi per una morte sicura.

E così la mamma di quell’angelo profumato di grano, imparò per lei ad accettare quella malattia devastante, con rassegnazione e speranza, doni che in fondo le appartenevano da sempre.

Chiunque sarebbe impazzito alla rivelazione di quel verdetto di morte lenta. Lei no.

Donna forte e concreta, onda spumosa nel mare impetuoso dell’intera sua esistenza.

Inutile infrangersi contro quegli scogli certi. Quando sai che non c’è più nulla da fare, meglio adagiarsi e lasciarsi trasportare dal fluire di un beffardo destino.

E lei aveva combattuto quel male così tanto.

Aveva recapitato quel pacchettino biondo e malato, a ciascun indirizzo di medico specialista le era stato consigliato. Affrontarono insieme un lungo viaggio fin nei paesi scandinavi, alla ricerca di un ennesimo scienziato che sperimentasse su di lei una nuova magica cura.

Fu l’ultimo luminare interpellato. Quella spedizione spense definitivamente il fioco lumicino di ogni speranza.

Mancava qualche giorno al debutto della primavera.

La bimba peggiorava.

Mai stata così male.

Mangiava come se avesse il becco incerto di un uccellino infreddolito.

Ogni singola parte del suo corpicino le doleva, le ossa, la testa, lo stomaco. Aveva spesso la febbre. Debole al punto che a malapena riusciva a camminare.

Constatato il peggioramento, i dottori fissarono il ricovero della bimba il giorno ventuno.

La sera prima del ricovero, terminate le faccende di casa, la mamma entrò nella camera di Viola per augurarle la consueta buonanotte.

Gesti rituali di piacevole sicurezza.

Mamma, se chiudo gli occhi e non mi sveglio più, dove vado?

La donna, presa d’improvviso, trasalì. Si strinse nelle spalle, ingoiò per trattenere la calma e le lacrime pronte.

Torni a casa amore mio…

La bimba sorrise e la mamma in quel momento realizzò che doveva a Viola un ultimo gesto d’affetto infinito.

Quella notte lei sarebbe stata forte come non mai e avrebbe accompagnato la sua adorata nell’ultimo viaggio di vita, sonno definitivo e liberatore del suo male.

Le sfiorò appena la manina. Quel tocco trasmise alla donna la sensazione di paura di un ignoto venire e l’inquietudine del non sapere di lei.

Stesa sul letto accanto a una cuccioletta tremolante e spaventata, poggiò la testa alla sua,  piccola, campo di spighe calde.

La cinse per le spalle e cominciò a raccontare:

Immagina Viola. Immagina un posto incantato. Bello da spezzarti il fiato. Dove la natura è regina rigogliosa e incontaminata, giardini azzurri di giunchiglie e non ti scordar di me. Dove puoi abbracciare anche le nuvole e sistemartele a cuscino. Dove tutti gli animali affettuosi scodinzolano. Una piccola bimba da lontano, incede con passo cauto, imbarazzata. Quando supera un cancello di nebbia e di rose, una festa che scioglie il cuore accoglie finalmente la bambina che…

La donna si bloccò tutt’a un tratto.

Il pugno chiuso della bimba era scivolato lento sul lenzuolo, in un inesorabile movimento di saluto e di arrivo.

Aveva il viso di un angelo vero, ora.

Sereno. Viola era già nuvola, era già cielo, era aria.

Sulle labbra un leggero sorriso.

La mamma la baciò a lungo sulla fronte.

Le lacrime represse sbocciarono a sorgente. Lasciò andare dolore e pace, senza redini, senza freni.

Viola sarò qui per te sempre… sempre… urlò verso quel cielo che ora abbracciava forte la sua bimba.

Liberò il suo  piccolo pugno chiuso, scossa dai singhiozzi.

La bimba custodiva nella mano un non ti scordar di me.

La donna gioì.

La sua Viola aveva finalmente raggiunto il giardino azzurro.

 

Opera prima classificata IX edizione Premio Hombres

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