L’orizzonte di Paola Mimmi

L’ORIZZONTE

di Paola Mimmi

“Non c’è peggior cosa di un malato cattivo”, così esordì mia madre mentre  piangevo disperata

per  aver appreso che mi restavano solo sei mesi di vita. Quella frase mi fece sprofondare in un

mondo fino a quel momento  sconosciuto. Un mondo reale ma a parte composto da tutti coloro

che  sono  in  vita  ma  che sanno che tra breve moriranno. Un piccolo pianeta di dolore dove si

soffre in silenzio facendo finta di essere sereni per non allontanare definitivamente gli altri  che,

dopo la  notizia, cominciano  a   costruire  pian  pianino  un muro di vetro attorno a te, un muro

trasparente ma che tangibilmente ti allontana da loro. Quella frase di mia madre insieme a quella

del  medico che  mi  diagnosticava  una  malattia  incurabile  nel  sangue  a  veloce  esito letale,

aprirono le porte dell’inferno. Che cos’era l’inferno? Era svegliarsi ogni mattina e fare le cose di

sempre ma con la sicurezza di non avere un domani. Tutti possono  morire in  ogni momento si

sa, ma  non  ci  si  pensa, si  guarda al  futuro con  un  falso senso di eternità. Ma ora per me era

diverso,  ora   avevo  stampigliata  su  me stessa   la “data di scadenza certa”.  Mi  ero  sempre

occupata della casa, del marito, dei figli e dei parenti. Ero stata sempre brava, buona, ubbidiente,

generosa ed ora? Mi sentivo addosso quella sensazione di essere già storia passata. Anche se ero

viva  non  riuscivo  più  ad  integrarmi  nella  realtà  di  sempre.  Mio   figlio  e   mio   marito

organizzavano la loro vita un po’ più in autonomia, forse per prepararsi alla mia assenza:”va

bene è giusto ma mi vedete, io sono ancora qui. Mi vedete?” pensavo. Parlavano delle vacanze

di agosto e poi arrivavo io ed interrompevano la conversazione. “Come sarò messa ad agosto?

Sarò in ospedale? Ci sarò non ci sarò? Oddio è terribile!” Dopo una settimana di questo oblio

mentre svolgevo le mansioni di sempre pulizie di casa, pranzo, cena, lavatrici, stiro, eccetera  mi

si presentava nella mente  la stessa  domanda: “ma perché le sto facendo? Che senso ha ora?”

Esausta passai una notte intera sveglia. Guardai ad una ad una tutte le foto della mia vita: la mia

famiglia  d’origine,  le  mie di   quando  ero  una   bambina,  le  gite  con  mio  marito  mentre

eravamo ancora fidanzati, le foto del matrimonio, le foto della nascita di mio figlio e poi ancora

tanti bei ricordi. Ma appena  appoggiavo  una  foto  sul tavolo era come se si frantumasse  in

mille  pezzi, era  tutto  senza  senso  ormai, tutti quei bei momenti sembravano appartenere ad

un’altra  persona. Io non ero più io. Nel mio delirio notturno passai in rassegna anche tutti i libri

che avevo letto e riletto gli splendidi romanzi di Jane Austen Orgoglio e pregiudizio e Ragione e

sentimento, poi altri libri per me importanti come  Ritratto di Signora, Jane Eyre,  Le  Affinità

elettive di Goethe, i Sonetti di Shakespeare. Ad un tratto la mia attenzione si posò su un libro di

un naturopata dei primi del ‘900, un medico che basava la sua medicina nel curare i sintomi di

ogni malattia con un regime di vita che lui definiva il Regime della salute. Era un tomo di oltre

cinquecento  pagine  ma  lo  lessi  tutto  quella  notte.  E  se  fosse vero quello  che  diceva? Se

veramente  l’uomo allontanandosi  dalla  Natura  perde  progressivamente la salute? Sapevo che

stavo  delirando  ma  a  quel  punto  della  mia  vita dove ogni speranza era persa quella era una

piccola luce, un puntino di luce in fondo ad un terribile  tunnel  buio.  L’indomani  affrontai  mio

marito.  “Guarda Riccardo, io  non servo più a niente in questo momento, sono esaurita a pezzi,

voglio  andare  via per un mese. Giacomo è già grande ha venti anni e può cominciare ad essere

più autonomo.  L’ho  sempre  seguito  come  una chioccia amorevole ma ora deve cominciare a

prepararsi ad una vita senza mamma. Vado  al mare da sola. Ti dispiace?”. “Ma che cosa dici?”

replicò  Riccardo  incredulo “noi  abbiamo  bisogno  di te e  poi  cosa vai a fare là tutta sola, ti

deprimi  ancora  di  più,  è  meglio  che  stai  a  casa, chiamiamo i nostri amici e passiamo il più

possibile delle belle giornate”. Mi abbracciò poi stretta stretta, ma quell’abbraccio sapeva molto

di compassione. Mi incaponii  nella  mia decisione  e gli risposi  con  un tono  che non accettava

repliche “mi dispiace ma io vado”. E così feci. Predisposi un po’ tutte le cose per la mia famiglia

e nel giro di una settimana ero nell’auto direzione mare. Avevamo una proprietà in Versilia. Gli

ulivi circondavano la casa color rosa antico, una casa con grossi muri di sasso e travi di legno

sul soffitto. La casa era a pochi chilometri dal mare ma si trovava in campagna e con dietro le

 

Alpi Apuane a fare da sfondo. Mentre viaggiavo ascoltavo la musica della radio e pensavo al

potere consolatorio che ha la musica. Le note di canzoni del passato mi ridavano sensazioni

ormai perdute di felicità, gioia e serenità.  Arrivai  alla  casa scaricai le valige ed andai, con la

bicicletta, subito a vedere il mare. Le piccole onde, di un calmo e grigio mare, con il loro suono

ritmico e soave mi rasserenarono. Stetti lì immobile per quasi due ore e quello che ne ricavai fu

un  po’  di  pace  interiore  finalmente,  quella  che  avevo  perso  da  quando  avevo saputo della

terribile diagnosi. Alla sera mangiai verdura e frutta come diceva il naturopata e cominciai a fare

un  programma  per  seguire  esattamente  tutto  quello  che diceva il  suo  libro. Ora  non  avevo

faccende  domestiche  da  seguire, potevo  finalmente, dopo trenta  anni  di  dedizione agli altri,

pensare  a me stessa  ed in questo  momento più che mai ne avevo il diritto. Alla mattina dovevo

alzarmi presto, farmi  delle  frizioni  d’acqua fredda su tutto il corpo, passeggiare in collina in

mezzo ai boschi e mangiare  solo frutta e verdura. Poi al pomeriggio fare bagni di sole il più

possibile, anche se essendo inverno  di  sole  ce  n’era  ben  poco,  ed  infine  dormire  con  un

cataplasma di fango sul ventre e con la finestra aperta a libro. Giorno dopo giorno mi sentivo un

po’ meglio e più in forze, ma mi mancava la mia famiglia. Dopo appena dieci giorni non ce la

facevo più. Pensavo a Riccardo ed a Giacomo soli e mi  veniva  una  grande  tristezza.  Perchè

togliergli la mia compagnia, il mio amore e il mio supporto prima del tempo?  E  così  tornai  a

casa. Un  po’  più  in salute e più forte per affrontare tutto quello che mi sarebbe accaduto.  Ora

sono ancora qua, sono già passati sei mesi ma vivo ancora, chissà mai che quel naturopata del

ventesimo secolo avesse ragione, è un po’ difficile crederci ma a sperare non si fa niente di male.

Tutto quello che mi è successo mi ha fatto comprendere che siamo veramente polvere come dice

la Bibbia.  Seduta  sul  divano di  casa  guardo  serena  mio  marito  e  mio figlio e penso a tutto

l’amore  che  ho  donato  loro. L’amore  non  va  perduto,  rimane dentro,  si incastra nel DNA e

genera altro amore a sua volta. Guardo poi i miei amici, i miei parenti e penso alla gioia di ogni

singolo momento passato con loro. Io sarò tra poco storia passata, ma dentro di loro qualcosa di

me vivrà per sempre. Inoltre quello che mi sta accadendo, forse, darà loro un motivo in più per

fare qualcosa di speciale, di più grande a beneficio della vita degli altri. Le persone passano. Si

dissolvono. Ma l’amore che si è donato rimane, vive per sempre, volteggia nell’aria, avvolge i

sorrisi e permette di guardare l’orizzonte con serenità e felicità.

 

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