Sez. Racconti – Terzo .PHI19

L’ultima estate (val di Lanzo, Ala di Stura, To.)

di Sergio Rustichelli

Dalla mia nascita  per dieci anni consecutivi  si affittava d’estate un appartamento in una casetta all’inizio del paese al piano terra con sopra un fienile. Sotto a noi (i miei genitori, la nonna materna e io) affittava una famiglia pure di quattro persone: al posto della nonna c’era un ragazzino più piccolo di nome Alberto, una peste. Il fratello Paolo, più grande di me di un anno, era diventato un mio ottimo amico, e ci eravamo coalizzati  contro il minore, che ovviamente per difendersi era sempre più pestilenziale: una vera e propria catena di dispetti e sgarbi. La loro madre merita un inciso: bella, più giovane e avvenente di mia madre, e per questo non ben vista da lei, alta, bionda ed elegante attirava unanime ammirazione maschile. In una stagione portammo con noi il nostro cane: uno splendido cucciolone  di pastore tedesco, di nome Wild. Affezionatissimo a me, obbediente e buono, ogni tanto giocava con noi bambini, e funzionava come mezzo da riporto del sottoscritto: all’ora di pranzo ovunque fossi, mandato da mia madre, mi rintracciava e m’induceva a rientrare con cenni decisi, eseguendo il suo compito di cane da gregge. Incomprensibilmente nutriva una forte antipatia per la bella coinquilina: le ringhiava ostinatamente. Nonostante svariati tentativi, non fu possibile fargli cambiare idea; portandolo al guinzaglio era talmente bello e dall’aspetto docile che moltissime persone si fermavano per accarezzarlo, con sua benevola accettazione: se incontravamo la vicina, anche da distante cominciava a ringhiarle contro. Mio padre ritenne inaccettabile tale comportamento: sarebbe stato irriguardoso per la vicina (ammirata a prendere il sole con un succinto bikini in stridente contrasto con lo scialbo prendisole a fiorellini di mia madre) permettere al cocciuto di dimostrare la sua avversità. Alle sue ferie di agosto, portò Wild in un canile privato. Al rientro lo trovammo deperito, irriconoscibile: ci dissero che aveva contratto la listeriosi, che era una malattia incurabile e che doveva essere abbattuto. Così finì la vita di Wild, reo di non aver accettato quella bella signora: fu il primo lutto sofferto nella mia vita.                                                                                                                                                      Di fronte a noi, affittavano una casetta con i genitori, due sorelle e la nonna materna, nostre coetanee: Marcella e Donatella, dette Maci e Doni, e scherzosamente  sopranominate  con arguta sintesi linguistica “Macedonie”. Erano nostre compagne di giochi e vittime di innocenti scherzi (misteriose sparizioni di parti di bambole fatte poi ritrovare nei luoghi più disparati, raccapriccianti apparizioni di mostri velenosi creati con code di lucertole e bacche secche, ecc.). Era una reazione alle eccessive raccomandazioni della loro madre nei confronti delle figliole, che ci induceva a essere piuttosto irruenti: del resto era proprio quello che le sorelline intimamente ma segretamente volevano. Era una specie di gioco delle parti, poiché l’amicizia non si ruppe mai e se ci allontanavamo ci cercavano. Questo era il nucleo forte e costante del gruppo di gioco, al quale ogni anno si aggiungevano elementi, a volte transitori, a volte di ritorno l’estate successiva.                   Le nostre attività principali: correre senza meta, correre per catturare farfallone variopinte che poi rilasciavamo nel prato di rimpetto alla casa, detto il “pratone” per distinguerlo dal “pratino” che era quello di fronte all’ingresso dove organizzavamo giochi di squadra (bandiera, palla prigioniera, ecc.); arrampicarsi sul “roccione” (uno spuntone di pietra nel “pratone”) e dalla sua sommità balzare a terra con atterraggi obbligati; nascondersi nel “boschetto”, che delimitava il “pratone”, per ritrovarsi con stupore. Eravamo una decina di ragazzini vocianti e irruenti. Nelle primo pomeriggio avevamo il divieto di giocare nel prato delle “Macedonie”, perché disturbavamo il pisolino dell’anziana proprietaria della villa confinante. Magicamente a quell’ora sovente una calamita ci attirava nei pressi, per cui quella era la zona prescelta… e quindi resa ahimè rumorosa. Altro divieto era quello di sconfinare nell’aia dei proprietari di casa nostra; erano in tre: una vecchia sdentata, la signora Dorotea, sempre con un fazzoletto in testa, che si esprimeva solo in dialetto, per cui era incomprensibile; un figlio, detto Pinot, quasi incapace di parlare, che si occupava delle “bestie” in un alpeggio e che quindi si vedeva raramente, e di un altro figlio, di nome Aldo, terribile: di giorno ciondolava per l’orticello e alla sera era inevitabilmente ubriaco fradicio. Proprio da lui ebbi il primo danno fisico causato da qualcuno: una sera, alterato dal vino, senza che io capissi il motivo, mi rincorse davanti a casa, mi afferrò e mi strattonò con violenza per un orecchio, facendomelo gonfiare. Mia madre tentò una qualche rimostranza, ma fu atterrita dalla brutalità dell’energumeno, che dal giorno successivo scomparve. Noi stavamo per andarcene senza più pagare nulla del restante affitto, e l’avevamo comunicato alla padrona di casa. Mio padre fu avvicinato immediatamente dal bruto prima della nostra partenza, ebbe un confronto con lui, e da quel momento non ci diede più noia: fu un’esperienza angosciante che raccontai ai miei amici che si mostrarono solidali.                                                                                                         La settimana scorreva pressoché allo stesso modo: Il sabato pomeriggio era diverso dagli altri giorni per l’attesa dell’arrivo dei genitori dalla città. Si faceva il gioco delle “macchine”, da me inventato. Raggiungevamo un punto panoramico sulla strada, dove si potevano scorgere in lontananza le auto arrancare in salita: si vedevano senza riconoscerne il modello e la marca, ma si udiva perfettamente il rombo del motore per una specie di amplificazione del suono che la valle a semicerchio ci proiettava. Si doveva indovinare il modello dell’auto, solo riconoscendo il rumore del motore, annotandone il colore, le si dava un numero progressivo e si verificavano le previsioni al passaggio di fronte a noi (punteggio doppio se s’individuava l’auto del genitore). Chi indovinava più auto vinceva: Topolino, Balilla, 1100, 1400, Appie, Aurelie, Ardee, Aprilie, Alfa 1900, qualche straniera. Allora erano pochi i modelli circolanti, ma non era facile indovinare. Spesso vincevo io, perché restavo per ultimo; infatti, a ogni passaggio di un rispettivo genitore, un bambino saliva sull’auto  e se ne andava: mio padre arrivava quasi sempre per ultimo!                                                  La domenica prima della messa delle undici ci trovavamo di fronte a casa nostra, che s’affacciava su un tratto rettilineo dopo una curva a gomito, e facevamo il gioco delle “moto”. Il principio era simile a quello delle automobili individuare la marca della moto, sentendo l’accelerata dopo la curva. Difficilissimo, perché a volte le motociclette erano in gruppo o perché avvicinandosi al paese il motore non saliva abbastanza di giri: ma a noi tutti piacevano tantissimo quei bolidi roventi, dai colori sgargianti. Figure in movimento: se in due, con lei avvinghiata a lui, se singoli, con il pilota abbassato per fendere l’aria. Le monocilindriche sembravano dessero colpi ravvicinati di tosse, mentre le bicilindriche mi ricordavano le fusa dei felini. Non parliamo poi dei motorini: stridii di strumenti di guerra e immancabile scia di fumo bluastro con impressioni olfattive indimenticabili. Olio bruciato, acido ricinoleico dolciastro e acre, gomme roventi per l’asfalto sconnesso. Eccitanti erano gli abbigliamenti dei piloti e dei passeggeri: caschetti variopinti su giubbe di cuoio nere o marrone elegantissime, e a protezione degli occhi impenetrabili occhialoni scuri chiusi da uno spesso elastico sulla nuca, con belle sciarpe al collo svolazzanti. Le donne, quasi tutte in pantaloni, erano moderne e affascinanti. Guzzi, Gilera, Norton, Bsa, Triumph, Bmw, Singer quelle grosse, Mondial, Mv, Morini, Ducati, Benelli, Iso, Mival, Galletto quelle piccole, e poi gli scooter, ma quelli non li consideravamo. Un discorso a parte meritano le Indian e le Harley-Davidson: un colpo di cannone, e arrivava il nostro applauso, incondizionato, entusiastico.          Dalle 11 in poi la domenica era solo in famiglia. Tutti stavamo diligentemente con i propri familiari: da noi si aggiungevano sempre due persone: mio padre e mio nonno. Questi  era ripetitivo nelle sue azioni; con a braccetto la nera custodia del suo flauto traverso, di buon mattino raggiungeva il “boschetto” e iniziava un concerto solitario fino all’ora di pranzo, lontano dalle orecchie della moglie intollerante alla sue esibizioni. A volte gli facevo un po’ di compagnia ma senza eccessivo entusiasmo, sia perché voleva che anch’io provassi a suonare, cosa abominevole per il mio senso di ribrezzo a sputare in quel buco altra saliva, sia per la noia che mi dava l’ascolto della sua musica (per altro molto ben eseguita).                                                                                                                                      Dalle moto e musica (profano), alla messa (sacro): niente di straordinario, se non per il passaggio obbligatorio di fronte al laboratorio della pasticceria. Indimenticabile aroma di delicatezze cotte nel forno a legna che trafilava da uno sfiatatoio sulla via. Impossibile non fermarsi al ritorno dalla funzione per acquistare qualche dolciume, buono e genuino ma meno eccelso delle premesse olfattive. Forse era una procedura di aromato-marketing del pasticcere nei confronti dei fedeli che numerosi si recavano in chiesa.                                                                                                    Dopo pranzo, tutti al campo di bocce; qui ritrovavo alcuni amici. Gli  adulti formavano le squadre, e noi lì a tifare. Fra i puntatori mio nonno, implacabile mancino, era molto ambito, mentre mio padre, atletico bocciatore, finiva spesso vincitore.  Era presente anche il padre delle due “Macedonie”, che merita un piccolo commento. Persona gradevole, guidava solo vetture Lancia (marca invisa a mio padre, dipendente Fiat) per cui era da me molto ammirato (prodromi di contestazione). Di professione commerciante di legname, era meno giovane degli altri genitori (forse per questo le due “Macedonie” erano eccessivamente protette). Ogni domenica salutava noi bambini calorosamente, e ad uno ad uno ci sollevava per pesarci, manovra che a suo dire usava per il suo lavoro, per accertare il nostro accrescimento settimanale: era un vero rito simpatico e non fu mai verificata l’esattezza delle sue valutazioni.                                                         La partenza dopo cena era sempre velata da melanconia: il rientro in città, al lavoro, per mio padre in fabbrica, per mio nonno dietro al bancone del suo negozio di colori e vernici, nell’opprimente afa estiva, la lunga e lenta coda di auto e motociclette giù per la strette strada del rientro: un vero calvario. Erano sensazioni che mi rendevano triste e mi facevano sentire in colpa per le mie spensierate vacanze piene di aria fresca e di giochi divertenti.                                                       A volte c’erano domeniche straordinarie: il nonno arrivava al sabato pomeriggio con i suoi mezzi (in treno fino a Ceres e poi con una sgangherata corriera blu che si arrestava in piazza sempre con sbuffi di fumo dal motore), e mio padre al mattino successivo da Torino con due cugine signorine attempate, affinché almeno una volta all’anno passassero con noi una domenica di vacanza in montagna. Grandi abbracci e feste, e, dopo pranzo, il mio genitore, preso da un senso di ospitalità sempre più spinto, proponeva alle cuginette un’escursione in alta valle. Mio padre, dipendente Fiat, cambiandola ogni sei mesi, guidava sempre un’automobile nuova: piccole vetturette, tutte inesorabilmente dotate del micidiale “diaframma”, un marchingegno che, per salvaguardare l’integrità del motore, ne limitava la potenza nei primi tempi d’uso, impedendo di conseguenza il compimento di eccessivi sforzi. Sulla vettura ci stavamo in cinque (io in braccio a qualcuno): dopo alcune salite, l’acqua del radiatore bolliva, e il motore si spegneva esibendo vapore. Tutti fermi: scesi a terra proseguivamo a piedi per la salita trafficata da altre vetture, per far “respirare” il motore. Mio padre, che si fingeva sorpreso dell’accaduto, irrorava il radiatore con acqua fresca, che, conscio dei limiti del mezzo, si era portato in alcune bottiglie. Dopo qualche tempo ci raggiungeva avendo fatto riavviare il macinino; salivamo a bordo sino… alla successiva bollitura. La meta era raggiunta in tempi lunghissimi, le cuginette sconvolte dalla fatica della salita a piedi, mia madre rabbuiata e dispiaciuta per il disguido veicolare, io estremamente annoiato, ma avevamo fatto, a detta di mio padre, “una gran bella gita”!                                                                    A proposito di gite, di questo fatto non ho memoria e il narrato deriva da informazioni ricevute dai miei genitori: deve essere succeduto all’incirca a tre o quattro anni. Io facevo parte di una compagnia di gitanti con destinazione “i laghi della Rossa”, sopra al rifugio Gastaldi. Pare che della comitiva facessero parte due elementi anomali: un cagnolino ( di questo ho come ricordo una coda in perenne movimento) e io. Il cagnolino libero percorreva il sentiero su e giù a scatti, e io avevo eletto lui come guida: in definitiva facemmo una salita doppia. Non so quale fu la sorte del cagnolino, ma la meta finale non fu raggiunta per il rapido peggioramento del clima. Al ritorno mio padre fu costretto a issare me sfinito sulle spalle, e si racconta che il sudore copioso della sua fronte per la fatica del trasporto si ghiacciasse, perché nel frattempo era insorta una vera e propria gelida bufera di nevischio.                                                                                                                                            Una gita automobilistica al fondovalle “Piano della Mussa” era fatta, almeno una volta per stagione, assieme ai nonni: con essi si partiva di mattino presto per sfruttare tutto il tempo della domenica. L’avvicinamento si svolgeva all’incirca con le modalità automobilistiche prima descritte… magari con fermata tattica astutamente programmata da mio padre al santuario di Martassina per onorare la Madonna, cui era devota la nonna, ma in effetti con l’intento di prevenire un’ennesima bollitura del motore. Finalmente arrivati a destinazione, si ordinava la polenta in un rustico ristorantino, si beveva l’acqua sorgiva del famoso omonimo acquedotto e si camminava sino a toccare la neve rimasta. Verso mezzogiorno si era a tavola: la polenta fumante non poteva aspettare. Non so chi, ma in quel ristorante qualcuno non si nutriva di polente ma di un liquido bollente, che, per mia sfortuna, una ragazzotta improvvisatasi cameriera, fece colare per intero su un mio braccio. Mi causò un’ustione estesa dalla mano al gomito: per il resto dell’estate ebbi il braccio fasciato per curarmi dagli effetti di quel brodo, che mi lasciò a lungo una pigmentazione alterata. Evidentemente non era solo il motore della vettura che doveva essere raffreddato: al piano della Mussa tutto bolliva.                                                                                          Una breve gita ma densa di emozioni fu quella diretta a due speroni di roccia le “Curbasere”. Si doveva raggiungere una sorgente ai piedi di queste piccole vette, che a detta di mia madre era stata un’indimenticabile meta di una sua gita giovanile chiamata la “Riundet”. Si parte di mattino presto, con l’equipaggiamento per una colazione al sacco alla volta della mitica fonte; la direzione è certa, ma di sentieri a un certo punto se ne perde il sentore. Ci sono vaghe tracce che dopo un po’ si perdono nel nulla: la sorgente non si trova. Il paesaggio è brullo, sassoso e selvaggio con un forte sole estivo rovente che si riverbera violentemente sulle pietraie: cercando la fonte, io, il più attivo nell’esplorazione, all’improvviso scorgo un lento movimento. Mi avvicino, e con raccapriccio  mi si para di fronte un viluppo di piccoli esserini striscianti: un nido di viperini con vicino una minacciosa madre. Attiro terrorizzato l’attenzione dei genitori e ce la diamo velocemente a gambe levate rinunciando al ritrovamento della sorgente.                                                    Non la cercherò mai più, anche negli anni successivi.                                                                                  A casa nostra uno dei miti gastronomici erano i funghi, quelli porcini o meglio ancora, gli ovuli reali; io non assecondavo questa tendenza familiare, ritenedo l’olezzo dei funghi freschi abbastanza nauseabondo e il sapore esclusivamente dipendente dalle sostanze utilizzate per consumarli. La consistenza del prodotto o era viscida e molliccia, o addirittura poltigliosa, ed ero realmente inorridito dal ritrovare spesso colonie di vermi al loro interno. Boschi di castagni, clima umido e piovoso: l’habitat ideale per la crescita micologica offerto da Ala. Infatti, ogni tanto mia madre arrivava con cassette di porcini comperate dalla signora “Milia”, sua amica d’infanzia, che aveva una figlia adolescente abilissima a raccogliere enormi quantità di funghi. A questo punto scattava l’orgoglio di mio padre, che, raccolti vari suggerimenti disonesti di alcuni autoctoni sui posti migliori per la ricerca, si dichiarava pronto a raccogliere mirabolanti quantità di porcini. Io ero il suo scudiero, e la passeggiata nei boschi di primo mattino per me era un vero piacere. Posso affermare che nelle innumerevoli  battute micologiche trovammo un numero di funghi che poteva essere contato sulle dita di una mano. La casualità però a volte è più forte del tenace impegno: mio nonno, una domenica mattina, finito il suo concertino solitario di flauto, per rientrare a casa, fece una deviazione passando dietro a una piccola cappella votiva, e s’imbattette in una colonia numerosa di splendidi porcini capitanata da un vero gigante (pare oltre i due chili di peso), che raccolse deponendoli nella sua giacca (per questo fu rimproverato dalla nonna). Il nonno orbo da un occhio, a poche centinaia di metri da casa in un solo colpo e senza alcuno sforzo aveva casualmente ottenuto risultati di raccolta–funghi molto superiori ai nostri!                                               Fui contento per lui, eroe di giornata.                                                                                                      Le manifestazioni estive paesane culminavano nel 15 agosto: al mattino la messa solenne, preceduta dalla sfilata in costume dei paesani con l’accompagnamento della banda musicale; dal pomeriggio alla sera in successione, il ballo in piazza con il palchetto di legno lucido su cui volteggiavano coppie di ballerini impettiti e dame, alcune in costume, al suono di una orchestrina volenterosa (in genere una fisarmonica, una chitarra e a volte un violino) che aveva preso  il posto della banda che dopo aver fatto il suo concerto in piazza ora si era tacitata, disfatta per sfinimento alcolico.  Per concludere la giornata, il falò e i fuochi d’artificio. A volte compariva un saltimbanco forzuto che spezzava con i pettorali una catena di ferro con sua moglie che faceva uno spettacolo con cagnolini ammaestrati: alla fine passava con una scimmietta appollaiata  sulle spalle, con un berretto in mano fra la gente divertita per raccogliere le povere offerte, litaniando ad ogni obolo ricevuto un triste e biascicato “grazze”.                                                                                                                  Tutto ciò non era che un preambolo alla vera festa: il giorno dopo io avrei compiuto gli anni.                Non è che poi ci tenessi molto alla festa del mio compleanno, succedendo a giorni di grandi festeggiamenti collettivi, che a dire il vero avevano disturbato e rallentato i divertimenti quotidiani del nostro gruppo: le famiglie riunite, gli obblighi istituzionali alle manifestazioni pubbliche ci avevano divisi, e tutti noi ambivamo a ritornare alla nostra consolidata e remunerativa attività ludica abituale. Ai desideri dei genitori non ci si poteva opporre. Del resto la festa per il mio compleanno che mio padre allestiva ogni anno all’imbrunire era davvero gradevole; si distendeva un grande lenzuolo ben teso fra due pali nel cortile di casa, e lo si adattava a schermo cinematografico; mai, incredibilmente, la proiezione fu rinviata o annullata a causa del maltempo.  Con l’attrezzatura portata da casa, proiettore 8 mm. e una sempre nuova scelta di filmini muti (cartoni animati, comiche anteguerra) presi a noleggio per l’occasione, mio padre programmava circa due ore di proiezione per me, per gli amici, e per sconosciuti, che attirati dall’improvvisata sala di proiezione all’aperto, dalla strada si calavano ben accetti sino a noi. La proiezione però non era continua: le pellicole usurate si rompevano mediamente due o tre volte e dovevano essere riparate; in questi intervalli si mangiava. I famosi pasticcini fragranti del forno erano offerti con qualche bevanda fresca preparata da mia madre: alla fine dello spettacolo si sollevava  un grande applauso, e mio padre accendeva le micce di una ventina di fuochi d’artificio che avevamo infilato dentro a bottiglie vuote infisse nel terreno: il cielo si riempiva di bei colori di fronte alla nostra dimora. La festa finiva col taglio della torta della nonna, spegnevo le candeline e io avevo un anno di più. Il giorno dopo si tornava alla normalità, cioè a un grande divertimento collettivo continuo, un po’ offuscato da melanconia per la consapevolezza che settembre si avvicinava e che la vacanza avrebbe avuto il suo fisiologico e  inevitabile epilogo: la ripresa dell’anno scolastico ci aspettava alle porte, trionfante.                                                                                                                                     Tutto ciò che ho descritto finora si colloca alla rinfusa in un arco di tempo di 7 anni; gli episodi narrati non riesco a collocarli in date precise, ma si snodano nella memoria nel ripetersi delle estati trascorse in montagna fino al mio decimo anno di vita confondendosi in sensazioni mescolate. Invece al decimo anno della mia esistenza posso con certezza attribuire i fatti che sto per narrare. Iniziava l’estate propedeutica alle medie: finalmente mi sarei lasciato alle spalle il ciclo caotico delle elementari. (ben diciassette maestri cambiati!)                                                                      Eccoci dunque tutti riuniti: alcuni, l’amico Paolo era già passato, in procinto di andare alle medie, altri ancora alle elementari, ma tutti molto ben disposti a trascorrere nel modo migliore la vacanza. Eravamo più numerosi del solito: alcuni provenendo da un gruppo che ruotava attorno a proprietari di una villa vicino al fiume e che per loro scelta si erano distaccati da loro e affiancati a noi, più (a detta loro) simpatici. L’integrazione fu pronta, totale e gioiosa, e per me addirittura esaltante: per la prima volta nella mia vita provai un sentimento nuovo e indescrivibile verso una ragazzina di quel gruppo: Livia ricambiava.                                                                                                                                                                                                                             Il rotolarsi giù per i prati sull’erba appena tagliata, cosa proibita ma per questo eccitante, che facevamo abitualmente con il mio amico Paolo, fatto ora con lei, mi provocava sensazioni mai provate: avevo scoperto la diversità fra i sessi, e la mia inclinazione verso quello femminile era sbocciata, irrefrenabile, esclusivamente per lei. Nel gruppo non c’erano gerarchie né legami particolari; si facevano le cose di comune accordo e al massimo ci si coalizzava contro il sempre pestilenziale minore dei due fratelli miei coinquilini, ma dall’arrivo di Livia si formò quasi subito una coppia indissolubile: io e lei. Tale fatto non arrecò nessun cambiamento nel funzionamento del gruppo, ma da parte mia una costante ricerca in  ogni attività ludica della compagnia della mia amica preferita, che avevo soprannominato Clivia, per via della visione su di un libro di botanica di una bella immagine di una piantina dai bei fiori: “clivia fiorita”. Lei accettò con entusiasmo l’accoppiamento botanico, e da allora divenne per tutti Clivia.                                                                    Durante una puntata del gruppo al fiume successe un episodio epocale: nascosti al riparo di canneti, stesi sulla fine e bianca rena della sponda, sorprendemmo casualmente la bella figlia del “sutrur”, il becchino del paese, e un baldo giovanotto a scambiarsi effusioni bollenti: tutti zitti, osservammo i vari amplessi con conseguente denudamento dei torsi degli attori del gioco amoroso e, con nostra meraviglia, assistemmo alla comparsa di possenti protuberanze muliebri quasi a tutti ignote: due prosperose e sode tette (le nostre ragazzine erano quasi del tutto piatte). Dopo un po’ ce ne andammo eccitati e un po’ turbati, ma venne in mente, non so a chi, per la fine delle vacanze di fare una cosa nuova: una festa in maschera, i maschietti travestiti da femmina e viceversa. Mancavano pochi giorni alla data e tutti iniziarono i preparativi per il mascheramento: Clivia dedicò con cura tutto il suo tempo al mio travestimento che culminò in due possenti mammelle ottenute da gomitoli di lana sotto a una camicetta di seta da lei imprestatami, e in  belle trecce che scendevano da un cappellino di una sua grande bambola: le scarpe col tacco le presi di nascosto a mia nonna; l’abito fu confezionato con una tovaglia a fiori chiusa da spille di sicurezza. Per lei le cose furono molto più semplici: le disegnai baffi con un turacciolo annerito, mentre indossava un paio di zoccoli rustici su cui finivano ruvidi pantaloni da montanaro sostenuti da larghe bretelle, su di una maglietta sgualcita, con in testa un berretto che racchiudeva i suoi lunghi capelli chiari. La festa in maschera fu un vero successo: tutti ci eravamo travestiti, avevamo mutato di genere il nome calandoci benissimo nell’inversione dei ruoli, parodiando i difetti dell’altro sesso. Qualcuno aveva portato un giradischi e si ballava con le baldanzose femmine-maschio che invitavano i recalcitranti maschi-femmina. Un vero spasso.                                                     Fu l’ultimo atto di quell’estate; dopo pochi giorni tutti eravamo rientrati in città  con la promessa di vederci, di frequentarci anche qui, in attesa di rivivere nella prossima estate montana i momenti di gioia appena passati. Non vidi mai più nessuno. I miei genitori scartarono come vacanza estiva la val di Lanzo, ritenuta non più adatta alle nostre esigenze, per raggiungere alberghi in svariate località montane, ogni anno diverse, affinché mia madre potesse anch’essa riposare. Per me quella fu la mia ultima  estate vera, fatta di spensieratezza, di vita senza illusioni: la fine dell’infanzia

MOTIVAZIONE

Ambientato in un luogo montano di villeggiatura, il racconto – autobiografico – è la “scusa” per ripercorrere con memoria sicura, il tempo della fanciullezza spensierata e serena nelle vacanze estive. Dai giochi infantili ai primi turbamenti adolescenziali per giungere a quella ultima estate. L’ultima estate di una fase della vita non della vita, quasi una cesura che è vieppiù profonda quanto più si percepisce il passaggio di stato. Lo stile di narrazione, tradizionale, propone uno sviluppo delle vicende in sequenza temporale e avvicina il lettore ai luoghi – di cui sembra di cogliere luci, tepori, odori  – e ai personaggi le cui curiosità, avversioni, ingenuità sono riconosciute come proprie, per averle vissute, il lettore,  – sebbene in altri contesti – di persona; una lettura serena e piacevole.

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