Sez. Racconti 2016 – 3° classificato

Terzo classificato

NON BIANCO NATALE

di Gennaro La Marca

Sarei voluto essere ovunque stasera, tranne qui, sotto il giogo di questo tavolo imbandito a festa. Siamo io, mamma, mia sorella e lui, il patriarca. La tv accesa a sgretolare il macigno del silenzio, lo sferragliare delle posate, il cuore che batte, la tristezza che preme come lava sulle pareti di un vulcano attivo.

Un paio d’ore fa stavo comprando un bottiglione di grappa all’Auchan giù in città. Avevo chiamato Irina, una prostituta che riceve in un appartamento a Somma Vesuviana. Avrei passato la vigilia di Natale con lei a bere, a fumare e a scopare. Ero in coda a una delle casse automatiche, infastidito dalle espressioni gioviali che lampeggiavano sui volti della gente come insegne pubblicitarie, quando una voce familiare mi ha colpito qui, alla bocca dello stomaco, facendomi sentire sporco e impaurito.

«Rocco!»

Era Antonia, mia sorella minore. Per farsi notare sventolava una mano al di sopra della calca. Ho alzato la mano anch’io per farle capire che l’avevo vista.

«Che fai qui?» mi ha chiesto dopo avermi raggiunto, stampandomi un bacio sulla guancia.

«Niente…»

Ho abbassato la testa sperando che il bottiglione fosse sparito. Ma quello era ancora lì a urlare la mia colpevolezza.

«Volevo comprare questo.»

Quando ha visto cosa avevo in mano le sue labbra si sono contratte in un’impercettibile smorfia di biasimo «Rocco…»

I nostri sguardi si sono immersi l’uno nell’altro. Eravamo soli adesso, soli nell’universo senza stelle che occulta la nostra felicità, il nostro futuro.

«Non vieni dopo.»

La sua non era una domanda.

«Non lo so»ho mentito.

«Mamma lo sa?»

«»

«Non lo sa, ovvio. Ma cosa vuoi dimostrare?»

Lo ignoravo. A spingermi era la rabbia: Pasqua, Natale, Capodanno, durante queste festività la famiglia di mia madre organizza tavolate immense, e da che ho memoria mio padre ha permesso che vi partecipassimo un’unica volta, giusto per farci capire quanto fosse bello e magico vivere le festività in una famiglia sana, normale. Stare a tavola spensierati, colmi di una sensazione strana, triste e allegra insieme, capace di farci brillare il cuore, mentre ridevamo delle storielle che un po’ tutti raccontavano, e degli scherzi che si facevano l’un l’atro durante l’interminabile susseguirsi di pietanze che cucinava nonna. Dopo mangiato poi si giocava a tombola e al Mercante in Fiera, e si rideva ancora, si rideva sempre, e si stava bene fino a notte fonda. E noi, ora, costretti a guardare tutto questo da lontano, come affamati che sbavino sulla vetrina di un ristorante.

«Tanto un paio d’ore e se ne va dall’altra»ha continuato mia sorella con tono quasi arrabbiato.

«È questo il punto. Come fai a non capirlo? Ci costringe a mangiare prestissimo, soli, perché poi se ne deve andare altrimenti l’altra famiglia… ma lasciamo stare!»

«E a noi non pensi!?»

Una lacrima è sfuggita al suo controllo. In un gesto fanciullesco se l’è asciugata col dorso della mano; poi inaspettatamente ha allargato le braccia e si è stretta a me, con forza e passione, sussurrando: «Ti voglio bene. Anche mamma. Non lasciarci da sole.»

La gente fluiva intorno a noi come acqua gelida intorno a un fuoco incapace di spegnersi. Nella guerra di emozioni in atto nel mio cuore ha infine prevalso l’amore, gratuito e incondizionato. L’avermi fatto ricordare quanto ami lei e mia madre è il regalo più bello che mia sorella potesse farmi.

Però il costo di questo amore è caro e lo sto pagando con la sofferenza che provo stando seduto qui, intorno al tavolo del nostro Natale posticcio, alla destra dell’uomo che ha strappato la mia anima dal sogno di Dio solo per abbandonarla nel sogno del diavolo.

«Mi passi il sale?» chiede mia sorella. Ha un vestito nero, corto, un trucco appena accennato. Sebbene il suo volto non lo mostri, sono certo stia soffrendo almeno quanto me. Ma lei ha un fidanzato. Dopo uscirà con lui. Si sfogherà. Riderà. Mentre io resterò con mamma, non avendo il coraggio di lasciarla sola. Come al solito vedremo un vecchio film che ci farà piangere;dopodiché cadremo in un sonno profondo, insieme, sul divano, risvegliandoci solo quando Antonia rincaserà.

«Tieni» dico porgendole la saliera.

Mamma non siede a tavola, non lo fa mai. Lei ci serve come una cameriera diligente, lava i piatti che sporchiamo. Il suo retaggio culturale le fa credere che questa è una situazione normale, come lo è accettare l’altra vita e gli abusi del marito. Perché una buona mamma deve innanzitutto proteggere l’onore della sua prole, impedendo che vengano bollati come “figli di divorziati”, divenendo così anime infette da tenere alla larga. Solo col tempo ho capito che è da vigliacchi odiarla per la sua capacità di distorcere la realtà: la sua mente la ama, e per non farla impazzire, tiene assopita la luce nera che ogni tanto ottenebra i suoi occhi cerulei. Quella luce nera è la consapevolezza di aver fallito come donna e madre, è la certezza di aver immolato la sua vita per niente, è il rimpianto di aver lasciato che i figli vivessero sotto l’insegna di una figura maschile che la picchiava, che si rivolgeva a lei ogni volta con insulti volgari, che la sera non si ritirava mai a casa. E se c’era un’emergenza, tipo un febbrone per cui dovevi correre all’ospedale, lei era costretta a elemosinare un passaggio ai vicini, spesso svegliandoli nel cuore della notte: ho impresso nel cuore e nello spirito la pena che colava densa dai loro occhi, e dalle loro bocche, quando farfugliavano cose che la vergogna m’impediva di memorizzare.

Mamma è fatta così, e io devo accettarlo.

Nell’angolo, accanto all’albero finto addobbato solo con le lampadine, spicca il presepe. È un presepe importante, antico. Mio padre lo ha ereditato dal nonno. Però andrebbe restaurato: i paesaggi sono quasi tutti sbrindellati, i personaggi monchi, senza testa. E poi è spaccato giusto in mezzo, dividendo in due la grotta e la natività che avrebbe dovuto custodire. Ciò nonostante mia madre lo piazza lì ogni volta. Qualche anno fa le chiesi perché lo facesse. «Almeno il simbolo ci vuole» rispose.

«Dreeeeeen!»

Eccola: è arrivata la solita telefonata. Mio padre la riceve sempre un paio d’ore circa dopo il suo arrivo. Quando ero piccolo era il telefono fisso. Ora è il cellulare. Con un tovagliolo si pulisce il muso sporco d’olio, prende il telefono dalla tasca e risponde. «Va bene»dice dopo aver ascoltato; poi riattacca. «I ragazzi stanno per iniziare a giocare. Vado.»

Per contrapposizione,la sua mente malata pensa che abbandonare la famiglia la vigilia di Natale per andare a giocare a carte, sia meno grave che abbandonarla per andare a festeggiare con la sua seconda famiglia.

Una volta mia madre mi mostrò una vecchia foto: immortalava mio padre seduto su un ramo del ciliegio che, ancora oggi, svetta fuori in giardino. In braccio aveva un bimbo visibilmente deperito.

«Tuo padre si arrampicava sul ciliegio due volte al giorno» disse mia madre in quell’occasione«A pranzo e a cena. L’ha fatto per tre anni almeno. Per farti mangiare. Eri sempre malato. Che abbiamo passato per crescerti, tesoro mio.»

Mio padre prende il giubbotto dall’attaccapanni. Lo indossa. Attraversa la sala da pranzo camminando impettito fino alla porta. La apre. «Ci vediamo domani» dice, chiudendosi il battente alle spalle, mentre mi chiedo come sia possibile, come! che un genitore ti dia tanto, e poi ti tolga di più: i meccanismi che muovono la realtà sono intrisi di lacrime: l’universo è pura ironia.

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