VIAGGIO DI ANDATA E RITORNO PER CASTEL DEL GIUDICE

di Paola Iotti

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….” (Cesare Pavese, La luna e i falò).

Mio padre mi ha chiamato Antonio, come il suo. Da sempre siamo vissuti a Castel del Giudice, dove tutti gli Antonio della mia famiglia hanno lavorato la terra, la schiena piegata sotto il cielo, la fronte bagnata dal sudore o dalla pioggia, la pelle sferzata dal vento e colorata dal sole. Non hanno conosciuto altre realtà e io sono destinato a proseguire quel cammino, dopo gli studi in agraria.

Ma non sono come mio padre. Non mi accontento di rimanere in questo pugno di case che si stanno sgretolando, immerse in un silenzio desolato che pare soffocare, avvolgendo tutto nella polvere dell’oblio e della morte.

Voglio andarmene via da questo posto dove ogni elemento mi sta stretto, in cui ognuno si conosce e sa tutto di te, ma non i tuoi sogni.

Anelo ammirare nuovi orizzonti in una grande città che mi regali opportunità, vita, colori, emozioni. Voglio un lavoro diverso dal coltivare la terra e allevare bestiame, con cui realizzarmi per offrire un futuro ai miei figli che, perlomeno, avranno un nome diverso dal mio e sceglieranno liberamente la loro professione.

E così, un giorno, sono partito assieme a tanti altri giovani: siamo fuggiti dal borgo, dagli amici, dalla famiglia e soprattutto da te, mio padre, che più di tutti hai sofferto il rifiuto di continuare la tua vita.

Ho cancellato il rimorso, come l’immagine del selciato delle vie del centro che, sbriciolandosi, si staccava creando vuoti, e sono stato catturato dalla malìa della città: la modernità, i servizi, il divertimento e il nuovo lavoro mi hanno fatto sentire vivo, risvegliandomi dal torpore dell’esistenza a Castel del Giudice.

L’euforia per quel che ho raggiunto ha confermato la validità delle scelte effettuate e, le poche volte che tornavo al paese, vedevo il borgo sempre più triste, polveroso e agonizzante. Non ne sopportavo il silenzio, che associavo alla morte e, ritornato in città, mi tuffavo nel rumore con gioia.

In una di quelle rare visite incontrai Lino, compagno di avventure in gioventù, con cui ricordavo episodi dimenticati ma che, davanti ai luoghi in cui li avevamo vissuti, riemergevano intensi e vividi, quasi a indicarmi che una parte di me era indissolubilmente legata a quella terra.

Lui è stato uno dei pochi che non è partito dal borgo ma è rimasto, pur svolgendo la sua professione in un’altra località. Lino mi confidò la grande voglia d’invertire la tendenza che aveva condotto gli abitanti di Castel del Giudice a scendere, dal numero di 1.500 del periodo in cui eravamo nati, gli anni Sessanta, agli attuali 340. É un uomo che crede in quel borgo e sogna di recuperarlo per portarvi nuova linfa.

L’edificio scolastico è abbandonato da anni a causa della mancanza di bambini: mi racconta il desiderio di trovare il modo per trasformare la marginalità dei territori in risorsa tramite progetti innovativi.

«Vorrei diventare sindaco del paese per realizzare questo sogno».

Sono colpito dalle sue parole, ammirato per lo spessore delle intenzioni ma convinto si tratti solo di utopia. Ci vorrebbe la pietra filosofale per ottenere quei risultati e nessun mago, finora, è stato capace di tramutatare il metallo in oro.

É impossibile invertire la tendenza che ha portato anche me ad andarmene.

Ma non glielo dico. Mi spiace per Lino, ma non tornerò sui miei passi. E nemmeno gli altri.

Sono diventato padre e mio figlio non si chiama come me. Ne sono felice, come di offrirgli opportunità che, nel paese, non avrebbe avuto.

La vita in città scorre ma, senza accorgemene, mese dopo mese, diventa più frenetica e il traffico caotico: mi ritrovo costretto a compiere attività che mi distolgono dallo stare con famiglia e amici. Devo lavorare di più per guadagnare e comprare, correre più veloce per arrivare prima e trascorro molto tempo imbottigliato nell’auto o lo perdo nel fare la fila ovunque, per necessità o piacere.

L’aria comincia a diventare grigia e respirarla non mi fa sentire più libero: a volte sono stanco e devo andare dal medico.

Una congiuntivite di cui il professionista non capisce l’origine: uno strano virus, l’inquinamento oppure chissà cosa?

Un’inquietante macchia rossa sul petto non sparisce nemmeno dopo infinite pomate: è una dermatite forse dovuta allo stress.

Il dottore mi invita a rallentare, a curare l’alimentazione, a condurre una vita più sana. Esco dallo studio pensando alle sue parole: cammino osservando i volti della gente che mi sfiora senza accorgersi di me e dei miei pensieri. Per la prima volta mi sento solo in questa città, rendendomi conto del mio anonimato tra altri numeri che non conoscono nulla di me, come io di loro.

Forse, quell’esistenza che ho inseguito così caparbiamente nasconde, sotto la superficie, qualcosa di non corrispondente ai colori e alle emozioni che, inizialmente, mi avevano affascinato.

Osservo i visi delle persone che incrocio e penso di non averli mai visti prima, così come sono sicuro che non li sfiorerò più: siamo in tanti e non abbiamo tempo per guardarci negli occhi.

Sto viaggiando con la mia automobile per lavoro, in una zona che non ho mai attraversato, seguendo le indicazioni del navigatore del cellulare lungo una strada solitaria che ricorda quella per raggiungere il paese in cui sono nato. Il panorama mi fa percepire emozioni piacevoli: è rilassante scorgere soltanto alberi attorno a me.

Non mi manca la presenza di insediamenti umani e decido di accostare per fermarmi a respirare l’aroma del bosco e il profumo della terra: mi riposo, assaporando sensazioni che paiono nuove ma che, di sicuro, facevano parte della vita nel borgo paterno. Un’esistenza ormai estranea, che pare esser stata vissuta da un Antonio che non sono più io.

Ammiro i colori con cui il sole pennella la natura mentre scivola dietro le colline. La vegetazione emana un fascino che mi sorprende, facendo quasi perdere la nozione del tempo. Non so quanto ne sia passato quando risalgo in auto, credo poco, ma l’impressione era che i minuti durassero di più, come rallentati e amplificati da un’energia che  mi ritemprava a ogni respiro, rasserenandomi.

Inserisco la chiave ma, quando la giro, il motore sussulta senza avviarsi. Riprovo diverse volte, inutilmente: apro il cofano, controllo i fili della batteria ma la vettura non parte. Decido di chiamare un carro attrezzi ma, quando prendo il cellulare, scopro di non aver chiuso l’applicazione del navigatore e che la batteria è scarica.

Accidenti! Ora sono davvero solo.

La mia automobile, strapiena di optional, mi ha inchiodato lungo il bordo di una strada sperduta e il mio fantastico smarphone, che con un click mi permette di arrivare in capo al mondo, è diventato muto.

Sta scendendo il buio e mi sento impotente in questa vastità che poco prima mi accarezzava e ora sta mostrando la mia limitatezza.

Mi accorgo che il silenzio è intessuto di suoni che, invece di spaventarmi, creano una contraddittoria calma. Non sono contento dalla prospettiva di trascorrere una notte all’addiaccio, eppure sono sereno. I richiami degli uccelli notturni mi inducono a pensare alla dimensione della loro esistenza, diversa dalla mia, che si anima in queste ore, facendomi stranamente compagnia.

Sono solo ma è una solitudine differente da quella percepita in città, all’uscita dallo studio medico. Una solitudine che definirei consapevole e che mi offre l’occasione per ascoltare non solo l’esterno ma anche l’interno. La mia anima, soffocata dalla confusione e dalle ambizioni della società umana, sembra respirare con me, appagata da nuove percezioni.

All’improvviso, un rumore estraneo rompe l’armonia e il silenzio della natura si zittisce: è un motore diesel che, dopo pochi minuti, arriva nel tratto in cui mi sono fermato. L’uomo alla guida accosta e gli racconto il mio imprevisto.

Sono fortunato. Si chiama Tommaso e si sta dirigendo nella sua azienda agricola, a pochi chilometri di distanza, con un fuoristrada dotato di un gancio con cui traina la mia automobile.

Mi offre ospitalità, cena e pernottamento, in attesa dell’intervento di un meccanico che chiameremo il giorno seguente.

Mi sveglio presto: da tempo non dormivo così rilassato. É incredibile aprire gli occhi e non udire la confusione della città: percepisco un benessere antico il cui ricordo affiora lentamente dalla memoria.

In attesa del meccanico, Tommaso mi fa visitare l’azienda in cui coltiva la terra con metodi biodinamici.

«Vieni, Antonio, ti mostro i miei motori ecologici. Si chiamano Eco e Diesel e, finora, non mi hanno mai lasciato in panne, come invece ha fatto la tua automobile».

Dietro a un casolare vedo un recinto con due possenti cavalli da tiro dal mantello sauro bruciato, con coda e criniera biondissime.

«Dei cavalli? Ma come, non usi il trattore?» esclamo stupito.

«Sì, Antonio, ho imparato in Francia dove i produttori di famosi vini, come Domaine de la Romanée Conti, li adoperano da anni. Con i cavalli si effettuano trattamenti biodinamici sulle viti e si dissoda il terreno tra i filari: i coltivatori di Borgogna e Champagne affermano che solo l’aratro trainato dall’animale riesce a effettuare un lavoro di precisione che le macchine non sanno replicare».

Tommaso nota il mio sguardo perplesso e prosegue: «Lo so, stai pensando che i motori hanno reso il lavoro agricolo meno faticoso e credi che la trazione animale appartenga al passato. In realtà, le ruote del trattore compattano la terra schiacciando ogni attività microbiologica, impoverendola e rendendola bisognosa di fertilizzanti chimici.

Gli zoccoli, a differenza dei pneumatici, massaggiano il terreno con delicatezza, senza uccidere lombrichi e altre forme di vita, facendo respirare le zolle, mantenendole vitali e permeabili. Arare con i cavalli tra i filari permette alla vigna di avere radici migliori, ottimale circolazione di aria e acqua con resa maggiore. La qualità del vino dipende dalla salubrità del suolo».

Rivelo a Tommaso le mie origini contadine: «Sono nato in un piccolo paese in cui molti facevano gli agricoltori e ho studiato agraria. Mi stai facendo tornare in mente particolari dimenticati».

«Gli animali mi aiutano molto: metterli al pascolo nei terreni ai bordi delle zone coltivate le mantiene pulite senza dover usare diserbanti mentre il letame prodotto è riciclato come concime naturale. Il fieno con cui si alimentano è prodotto in azienda, riducendo le spese».

Sono piacevolmente stupito ma lo lascio parlare, senza interromperlo.

«Sai, Antonio, devo rivelarti che lavorare la terra con i cavalli permette di realizzare una relazione profonda: non sono macchine ma esseri viventi che regalano amicizia e affetto. Nei punti difficili, dove il terreno è pendente o ci sono ostacoli, lascio fare a loro, che scelgono sempre la soluzione migliore. Diventano dei compagni con cui condivido le giornate e che ti permettono di vivere con ritmi naturali e appaganti.

L’agricoltura a trazione animale applica un concetto di sostenibilità non solo ecologica ed economica ma anche sociale, perché implica l’accettazione di valori e stili di vita che si pongono in contrasto con la cultura imperante della velocità, del profitto e del consumismo».

Osservo la pacatezza di Eco e Diesel, che vanno incontro a Tommaso come a un amico.

«Sono dei giganti incredibilmente buoni, la cui stazza è direttamente proporzionale alla gentilezza. Vorrei farti capire il piacere che provo nel lavorare con loro. Posso dirti che arare con il cavallo è come volare con un aliante: si vive la natura e la terra ascoltandone silenzi, suoni e profumi per concludere la giornata raggiungendo un’incredibile pace interiore. Chi adopera il trattore nell’agricoltura intensiva realizza guadagni e produttività immediate ma si ritrova a correre in un’esistenza frenetica, impoverendo l’ambiente».

«Ma i cavalli non fanno fatica?».

«Eco e Diesel sono come figli per me e sto sempre molto attento al loro benessere. I cavalli da tiro, oggi, sono allevati solo per la carne e sarebbero quindi finiti al macello. Lavorano con turni che prevedono riposo e i finimenti sono realizzati con sensori elettronici, come i materiali del vomere che garantiscono scorrevolezza e minor fatica».

La giornata alla fattoria di Tommaso mi svela un mondo sconosciuto.

Riscopro tecniche che avevo studiato sui libri di scuola o visto da mio padre, come la coltivazione a sovescio che permette di arricchire il terreno senza ricorrere a fertilizzanti chimici i quali, a lungo andare, uccidono i microrganismi responsabili della decomposizione della materia organica e della trasformazione dei nutrienti in forma chimica utilizzabile dalle piante.

Tommaso mi parla del grano antico, meno produttivo rispetto al grano moderno ma più resistente, a cui non servono diserbanti o pesticidi e, infine, della ricchezza costituita dalla biodiversità e dell’interconnessione con gli insetti impollinatori, minacciate dalle tecniche intensive. L’agricoltura biologica e biodinamica rispetta l’ambiente, creando uno scambio di energia che regala all’uomo prodotti sani e un’esistenza migliore.

Scopro che, in Europa, il 95% del mercato dei semi è controllato da cinque multinazionali che hanno selezionato le specie più produttive, riducendone le varietà. I semi in vendita sono adatti a monocolture che presuppongono l’uso di concimi chimici, diserbanti e pesticidi: semi ibridi che obbligano il contadino a riacquistarli l’anno successivo. Tommaso,  utilizzando i semi delle sue piante, ottiene raccolti migliori perché ogni anno queste si rafforzano, adattandosi sempre più a terreno e condizioni climatiche.

«La qualità del cibo è importante, perchè siamo quel che mangiamo».

Tommaso mi lascia con questa frase. Lo saluto con calore, grato per l’opportunità data di osservare la realtà con occhi diversi.

Quando partii da Castel del Giudice ero sicuro di regalare ai miei figli un futuro rassicurante: ora sorge in me il dubbio che denaro e oggetti non siano sufficienti ma che occorra qualcos’altro.

Qualcosa legato alla terra e ai suoi valori autentici, con cui garantire un utilizzo consapevole delle risorse del pianeta.

Qualcosa che permetta di concludere la giornata stanchi ma soddisfatti e da poter consegnare alle generazioni future.

Si avvicina la Pasqua e decido di contattare i miei genitori per andare a trovarli con la famiglia. Ho voglia di rivedere il paese e respirare il contatto con la natura percepito nell’azienda di Tommaso.

Mio padre è felice e mi informa di una questione: il Comune ha chiesto ai proprietari delle stalle abbandonate di partecipare a un progetto per la loro ristrutturazione e vuole conoscere il mio parere.

So che Lino è diventato sindaco e ha iniziato, da qualche anno, a realizzare azioni con cui rivitalizzare il paese. Devo chiedere a lui per poter rispondere a mio padre: è l’occasione per scoprire i particolari di quel che ha fatto in questi anni.

Per recarmi da Lino, passo davanti alla vecchia scuola elementare e resto senza parole. Ricordavo edifici diroccati e chiusi da trent’anni, strade sconnesse piene di buche mentre ora ammiro, esterrefatto, abitazioni ristrutturate con muri in sasso dalle tinte calde, pavimentazioni perfette e la scalinata, in pietra chiara, che trasformano questo angolo di Castel del Giudice in un borgo elegante e unico.

La mia scuola è diventata una RSA, una residenza sanitaria assistenziale intitolata a San Nicola, il patrono del borgo. Mi dicono che è l’unica struttura, in tutta la regione, che ospita anziani, disabili o persone non autosufficienti provenienti da Molise e Abruzzo, in cui lavorano più di venti persone.

Penso alle parole pronunciate anni fa da Lino e ai suoi sogni, che avevo battezzato utopistici, e provo vergogna per non essere stato capace di vedere il paese con i suoi occhi: ero miope, e notavo solo gli elementi negativi senza rendermi conto della bellezza nascosta dalla polvere che lui ha saputo togliere.

Devo assolutamente farmi spiegare come è riuscito a realizzare tutto questo.

Lino mi abbraccia, trasmettendomi una forza che non dipende solo dal fisico possente: forse sono io che mi sono sintonizzato su una lunghezza d’onda che prima non ero in grado di raggiungere.

«Lino, raccontami come hai fatto a cambiare il nostro paese. Ancora non credo ai miei occhi!».

«Ho soltanto pensato che non potevo aspettare che un miracolo cambiasse le cose e ho deciso di agire. Da solo non potevo fare molto e un finanziamento dallo Stato era impossibile e, in ogni caso, insufficiente.

Quali erano le risorse a mia disposizione? L’anima antica del borgo, i pochi abitanti e i valori che qui sono ancora vivi, come la partecipazione, la solidarietà e l’amore per i nostri luoghi. Ho puntato su quello che avevo, cercando di creare situazioni di sviluppo sostenibile per offrire lavoro ai giovani e contrastare lo spopolamento. A Castel del Giudice sono rimaste solo persone anziane e costruire un ospizio avrebbe fornito un servizio fruibile da molti».

«Ma come hai fatto a trovare il capitale?».

«Ho proposto di dar vita a una società ad azionariato diffuso, in cui riunire finanziamenti pubblici e privati. Ho chiesto ai cittadini e hanno risposto in venticinque, ma uno di questi era Ermanno, un emigrato che ha fatto fortuna al Nord e non ha mai dimenticato la terra molisana. È un imprenditore illuminato che ha compreso la funzione sociale del denaro. Investire nella collettività origina vibrazioni positive che si diffondono, come il “la” del diapason armonizza gli strumenti musicali, allineandoli a quel suono».

«Sono senza parole, Lino. Hai creato qualcosa di meraviglioso che va al di là dell’aspetto esteriore: tra le vie si respira un’aria speciale».

«Questo è stato l’inizio. In seguito abbiamo fondato una seconda società a cui, stavolta, hanno partecipato il doppio delle persone: è la Melise, con cui abbiamo recuperato terreni agricoli in abbandono per coltivare frutta come mele, susine, ciliegie e fragole. I prodotti vengono anche trasformati e venduti, dando lavoro a un’altra ventina di persone, tra fissi e stagionali. Dovresti venire a vedere i meleti: usiamo criteri biologici, rispettando la biodiversità e le specie autoctone che si adattano meglio al nostro ambiente. Dipendiamo dalla terra e non dobbiamo dimenticare quel legame: se vogliamo vivere in armonia con noi stessi, dobbiamo esserlo anche con il territorio».

«Hai ragione Lino, l’ho scoperto recentemente visitando un’azienda agricola in cui mi sono imbattuto per caso».

«La nostra frutta ha aspetto e dimensioni che non rientrano nei rigidi criteri della moderna commercializzazione. Inoltre, la sua presenza è legata alla specifica stagione di maturazione. Per questo ha un gusto intenso e non contiene residui di sostanze estranee, come i pesticidi. La biodiversità non è solo degli alberi da frutto ma anche dei microrganismi presenti nel terreno, che influiscono su umidità, struttura, densità e composizione delle zolle, rendendo inutile l’azione dei fertilizzanti chimici.

Essere in sintonia con la natura porta un valore che va oltre le caratteristiche organolettiche: le irregolarità della frutta mi fanno venire in mente le imperfezioni della vita, di cui costituiscono il sapore».

«A cosa ti riferisci, Lino?».

«Siamo abituati a vivere in una società in cui si cerca quello che si desidera senza tener conto della stagione e seguendo criteri esteriori: non solo per il cibo ma anche per le altre necessità, spesso influenzate da condizionamenti che mirano solo ad alimentarne il consumo.

Le varietà locali delle nostre mele insegnano a cogliere il “qui e ora”, ad apprezzare quel che si ha quando c’è e non quando lo vorremmo, ad adattarsi al presente scoprendo aspetti che, per il fatto di essere inaspettati e durare poco, rimangono vivi nella memoria, associandoli ad attimi felici.

La frutta va presa quando è pronta e lo stesso dovrebbe avvenire per il resto: l’amore, l’amicizia e ogni opportunità della vita.

Talvolta cerchiamo l’amore senza trovarlo, forse perché non è ancora la stagione giusta o  perchè nascosto da una scorza non particolarmente brillante che sfugge allo sguardo selettivo di chi vuole la mela grande e lucida.

Legare il cibo al periodo giusto e abituarsi a vedere tipologie diverse può insegnare molto, indicando il valore della lentezza e dell’osservazione. Ma anche a riconoscere l’esistenza di varietà differenti di espressione e la sorpresa del sapore autentico, che migliora la qualità della vita».

Ripenso a Tommaso: instaurare un rapporto rispettoso con la natura conduce a un’esistenza in armonia con il territorio e con sé stessi. Aggiunge sostanza a una società che sembra correre troppo velocemente, perdendo il contatto con i ritmi naturali per legarsi all’apparenza che, dietro a una buccia perfetta, nasconde poco gusto o veleni.

«Il nuovo progetto di cui ti avrà parlato tuo padre è indirizzato ai proprietari di stalle in disuso. Una terza società si occuperà della loro ristrutturazione riportandole all’originaria bellezza per dar vita all’Albergo Diffuso di Borgo Tufi, in cui vorremmo ospitare un turismo consapevole. La RSA dimostra che possiamo offrire servizi di qualità a prezzi competitivi e il recupero delle abitazioni aiuta l’ambiente, frenando il dissesto idrogeologico. Ci sarà posto anche per un ristorante e una spa».

Sono nella mia casa di Castel del Giudice. Mi hanno appena telefonato alcuni amici che verranno a trovarmi per trascorrere una settimana di relax all’albergo di Borgo Tufi.

Amano l’originalità della struttura che li ospiterà, di cui apprezzano l’intimità di spazi in armonia con un paese di cui sentono di far parte, anche se per pochi giorni; al termine del soggiorno mi raccontano di comprendere il significato delle parole “borgo autentico”.

I cambiamenti che interessano l’abitato non sono però finiti.

Domani ci sarà l’inaugurazione del nuovo sistema di illuminazione pubblica con lampioni a luce “led” ad altissima efficienza energetica.

Il Comune ha partecipato a un bando regionale che metteva a disposizione fondi europei per attività legate al rinnovo energetico e il nostro sindaco, al posto di una gara al ribasso, ha pensato di farne una a offerta migliorativa. Così, invece di una semplice illuminazione, ci ritroviamo con un impianto che, oltre a telegestire la luce, monitora le polveri sottili, l’inquinamento acustico, lo stato dei cassonetti della spazzatura e rileva il consumo idrico, permettendo di intervenire in caso di guasti. Lino ha spiegato che le Direttive dell’Autority per l’Energia impongono la lettura semestrale dei consumi idrici che viene svolta garantendo precisione, velocità e risparmio.

Siamo il primo paese europeo a controllare l’acqua con i pali della luce e, con lo stesso sistema, verrà rilevato anche il consumo del gas.

Il risparmio che si otterrà potrà essere reinvestito in nuovi progetti di sviluppo e occupazione, come una cooperativa di comunità.

Lino ha dimostrato che i piccoli borghi possono portare progresso sostenibile, diffondendo idee e buone pratiche, dimostrando come la partecipazione, la consapevolezza e la solidarietà possano rinnovare i valori all’interno della società, le cui radici necessitano di terreno fertile per dar vita a un frutto sano.

Ho dovuto compiere un lungo viaggio per comprendere che quel che cercavo si trovava dove ero partito. C’era, ma non lo vedevo, e solo percorrendo il mio cammino ho imparato a guardare con gli occhi dell’anima, individuando le differenti sfaccettature della realtà.

Ho anche deciso di cambiare lavoro.

É importante aver cura del luogo in cui si vive: la terra regala la vita e va rispettata per consentirle di continuare a donarla. Tessere un legame armonico con lei è essenziale per permettere all’uomo di condurre un’esistenza in sintonia con gli altri e con sè stesso. A Castel del Giudice ho trovato la dimensione giusta per farlo, riscoprendo le radici autentiche della mia anima e riconnettendomi all’Antonio in cui mi riconosco.

Coltiverò il grano antico nei terreni di mio padre insegnando agli altri come fare. Anche ai miei figli.

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