Sezione Racconti – PH 2014

Sezione Racconti

Primo classificato

Il crudele destino d’una giovane matematica

di Giovannino Giosuè

 

Sedici ottobre millenovecentododici, ore sei e trenta pomeridiane.

Un treno con il suo carico di persone e di cose corre lungo la tratta Roma Pescara avvolto in una sorta di nebbia a tinte scure, accompagnato dal tipico rumore assordante prodotto dal suo sferragliare.

Alcuni viaggiatori scambiano quattro chiacchiere, altri leggono un giornale o un libro, altri ancora rimangono silenziosi, compostamente seduti al proprio posto, lo sguardo quasi assente ma la mente rivolta a quel che la buona sorte vorrà riservare alle proprie aspirazioni o ai propri progetti di vita.

Diverse persone sono dirette ad Avezzano, la cittadina capoluogo della Marsica situata proprio a metà della tratta. Se un visitatore ha scelto il treno come mezzo di trasporto, non riesce a sottrarsi alle bellezze del paesaggio naturale già dal momento in cui, lasciandosi Tagliacozzo alle spalle e procedendo verso Scùrcola e quindi verso il capoluogo marsicano, si ritrova immerso in una vasta distesa pianeggiante con la bella riserva naturale del Monte Salviano alla sua destra e, più in lontananza, sulla sinistra, il maestoso gruppo del Monte Velino.

«Avezzano! Stazione di Avezzano!».

   La comunicazione più volte ripetuta a squarciagola da un inserviente della stazione, sovrapponendosi allo stridio dei freni arrivò ai passeggeri interessati. I ferrovieri addetti aprirono le porte del treno e alcuni passeggeri ne discesero. Fra questi, la signorina Maria Gramegna. Anzi, per meglio dire, la professoressa Maria Paola Gramegna, una giovanissima e molto promettente matematica di origine piemontese, con in tasca la nomina ministeriale per l’insegnamento presso la locale Regia Scuola Normale Femminile “Maria Clotilde di Savoia”.

Ma come mai una ventitreenne con spiccate capacità riconosciute già in ambito accademico, e dunque con più ghiotte e interessanti prospettive, decide di accettare un incarico di insegnamento, seppur con nomina ministeriale, in un posto così distante da quello d’origine? Probabilmente la necessità di avere una remunerazione da un lavoro immediato e sicuro influì sulla decisione presa.

Maria Gramegna era arrivata ad Avezzano dalla natia Tortona con in tasca una laurea conseguita con pieni voti assoluti. Con l’approvazione del suo relatore, il grande matematico Giuseppe Peano, venne pubblicata l’interessantissima tesi riguardante i sistemi di infinite equazioni integro-differenziali, un tema non certo facile da indagare. Con la stima e l’appoggio del Maestro, si prospettava per la giovane un avvenire molto gratificante.

Pur provenendo da una regione che in quanto a bellezze naturali non è da considerarsi seconda ad altre, la giovane Gramegna non dovette rimanere indifferente di fronte alle notevoli bellezze del paesaggio abruzzese, all’affabilità e al senso di ospitalità della gente. Tutto questo, con ogni probabilità, le fece balenare l’idea di fissare definitivamente la dimora ad Avezzano. E questa idea cominciò a prendere una certa consistenza subito dopo aver conosciuto un giovane del posto un po’ più grande di lei.

Attilio Mastri era studente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, piuttosto in ritardo con gli studi a causa del suo interesse – ma sarebbe più giusto dire una vera e propria passione – nei confronti della campagna e di tutto ciò che questa avrebbe potuto elargire a chi l’avesse amorevolmente coltivata.

Era conosciuto in città come un tipo piuttosto eccentrico. Di bell’aspetto, alto, moro, occhi luminosi e sguardo intenso. Un tratto distintivo come la folta capigliatura apparentemente non curata gli dava l’aspetto di un bohémien o di un filosofo.

Aveva conosciuto Maria nell’aprile del millenovecentotredici in modo del tutto casuale davanti a una di quelle bancarelle che nei giorni di festa riempivano la piazza prospiciente la chiesa di San Bartolomeo, proprio durante i festeggiamenti in onore del santo patrono. Aveva acquistato un po’ di dolci alla mandorla e caramelle al miele. Dopo aver pagato,  girandosi su se stesso, fece per andar via. Maldestramente, senza guardare. Lo scontro, inevitabile, rischiò di mandare Maria per le terre.

«Oh! Mi scusi … sono desolato … signorina, la prego di perdonarmi, sono stato uno sciocco … mi creda, non l’ho fatto apposta …».

«Va bene, accetto le sue scuse, ma non esageri; in fin dei conti non è successo nulla» fece di rimando la giovane con voce ferma e un chiaro accento settentrionale.

«La ringrazio per la sua indulgenza, signorina … posso offrirle un dolcetto?».

«Oh, grazie, ma non posso …».

«La prego, accetti almeno una caramella al miele».

«Va bene, grazie, accetto» fece lei arrendevole, vista l’insistenza.

«Signorina, lei è stata davvero gentile e comprensiva – fece lui porgendole le caramelle – e io me ne ricorderò. Permetta che mi presenti, mi chiamo Attilio. E lei? Posso?».

«Il mio nome è Maria» acconsentì con garbo la giovane.

«Grazie, signorina Maria … la saluto e le auguro una buona giornata».

«Buongiorno a lei signor Attilio, grazie».

Il casuale incontro provocò nei due giovani un certo turbamento. Attilio, che si era ripromesso di rivederla al più presto, dopo aver esperito approfondite indagini si recò presso la sede della Scuola Normale femminile chiedendo di lei.

Maria Gramegna, che proprio in quei giorni era stata messa al corrente di certe meschine macchinazioni che parte del mondo accademico torinese stava tramando nei confronti del suo illustre mentore Giuseppe Peano, era di pessimo umore. Quando ricevette Attilio si trovava in uno stato di totale sfiducia. L’inevitabile delusione le aveva procurato un tale stato d’animo che, di fronte ad Attilio, la portò ad assumere un atteggiamento piuttosto distaccato. Ma Attilio non era tipo da scoraggiarsi per così poco, il cuore gli suggeriva comprensione e tolleranza.

«Non sono qui per importunarla, mi creda. Mi sento in debito con lei, e per questo ho fatto di tutto per ritrovarla. E poi, avendo saputo delle sue competenze, le vorrei chiedere qualcosa che ha a che fare col mio status di studente di Filosofia …».

«Ah, dunque lei è uno studente lavoratore …» lo interruppe lei, con un tono più accomodante.

«Beh, considerando l’età e le priorità manifestate, direi più un lavoratore … studente!» le confessò lui con un tono tra il serio e il faceto.

A questo punto, guardandosi negli occhi, scoppiarono in una fragorosa risata, che in un certo qual modo segnò l’inizio della loro storia.

Cominciarono a frequentarsi come due vecchi amici, e nello stesso tempo Attilio sentiva crescere dentro di sé un sentimento più profondo, ma non riusciva a trovare il coraggio di esternarlo.

Chiuso l’anno scolastico, Maria risalì a Tortona, dove dimorava la sua famiglia d’origine.

L’estate di Attilio si rivelò densa di impegni. Si buttò a capofitto sia nei lavori di campagna che nello studio della Filosofia della Scienza, l’esame che gli rimaneva da sostenere, dedicandosi anche alla preparazione della tesi di laurea, riguardante alcuni particolari aspetti della filosofia medioevale.

Le sue giornate erano piene, senza un attimo di respiro. E mai avvertiva stanchezza, le energie gli venivano fornite dal solo pensiero rivolto a Maria. Per lei, ne era ormai sicuro, provava un amore vero e profondo. La giovane matematica con la sua forte personalità lo aveva colpito nel cuore e nella mente a tal punto da riuscire a limitarne il pensiero e l’azione. E ben sapendo che di fronte a lei non sarebbe mai riuscito a trovare né le parole giuste né soprattutto il coraggio di dichiararsi, si decise a scriverle una lettera.

   Gentilissima signorina Maria,

per prima cosa le chiedo scusa per l’ardire di questo mio scritto, ma la prego fin da adesso, qualunque sia la sua reazione e il suo pensiero in merito, di mantenermi la sua stima e la sua amicizia così come con tanta disponibilità me le ha mostrate in passato. È troppo importante per me poter ancora contare su di lei.

   Il mio ardire si riferisce ai sentimenti che nutro per lei fin dal primo momento che l’ho vista, e che ho sentito gradualmente crescere in me man mano che venivo a conoscenza delle sue molteplici e nobili qualità. Dal profondo del mio cuore, ormai conquistato dalla sua grazia e dalla sua leggiadria, non mi è stato difficile tradurre questi sentimenti in una parola che tutti li racchiude: amore!

   Sì, signorina Maria, io l’amo, con tutto me stesso. E se questo mio sentimento non dovesse trovare riscontro, o peggio ancora la dovesse ferire, la prego fin d’ora, in ginocchio, faccia conto di non aver mai ricevuto questa missiva, e mi tenga ancora e per sempre tra i suoi amici più devoti.

     Aspetto con trepidazione il suo ritorno, sempre suo affezionatissimo Attilio

Scrisse con attenzione l’indirizzo sulla busta, con molta cura vi applicò il francobollo e spedì. Maria rispose quasi subito, dichiarandosi lusingata per le belle parole e i buoni sentimenti espressi.

Li ho sentiti veri e profondi, sicuramente sinceri – gli confessò nella sua missiva – e degni di una persona brava e ben educata, come lei ha sempre mostrato di essere. E non posso né voglio nasconderle che anche il mio cuore m’aveva dato segni in tal senso fin dal nostro primo incontro”.

Attilio rischiò di non reggere alla forte emozione che la risposta di Maria gli aveva procurato.

L’anno scolastico successivo segnò un periodo idilliaco per loro. A riconoscimento delle sue notevoli qualità, Maria ebbe dall’amministrazione comunale anche la nomina a direttrice del convitto annesso alla Scuola Normale con sede all’interno del Castello Orsini.

I due giovani innamorati, accomunati dalla stessa passione per l’arte e l’archeologia, spesero molto del tempo libero visitando i tanti siti del territorio marsicano. In queste occasioni Attilio si rivelò un perfetto cicerone, e Maria pendeva letteralmente dalle sue labbra, affascinata dal suo sobrio e dotto eloquio.

Purtroppo però, non solo luci. Proprio quell’anno segnò l’inizio di quell’evento scellerato che verrà ricordato come la grande guerra. A un mese esatto dall’attentato mortale di Sarajevo, il ventotto luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia e ben presto si ritrovarono coinvolte nel conflitto molte potenze.

Inizialmente l’Italia riuscì a starne fuori ben interpretando gli accordi stipulati nella Triplice Alleanza, ma il clima nel paese risentiva ormai dei venti di guerra che già soffiavano in ogni direzione. Il solo pensiero di un disgraziato coinvolgimento nell’evento bellico produsse nel paese un’aspettativa di paura e di angoscia.

E come la storia dell’uomo ha insegnato, le disgrazie non vengono mai da sole.

La Marsica, che poteva vantare tanti tesori come la bellezza dei suoi paesaggi, lo splendore dei siti archeologici, il senso dell’ospitalità e l’affabilità della sua popolazione, la cultura delle sue millenarie tradizioni, dovette soccombere di fronte a un evento imprevedibile e tragico come quello rappresentato da un rovinoso sisma. Nulla lasciava presagire che il destino di Avezzano e degli altri paesi della Marsica potesse subire un colpo così drammatico e subdolo come quello inferto da un terremoto di intensità inaudita, che nei suoi rovinosi effetti coinvolse la quasi totalità delle abitazioni e degli abitanti, impreparati, indifesi, impotenti di fronte alla rovinosa azione distruttiva.

Nel giro di poche decine di secondi tutto finisce, tra i pianti e le urla di dolore dei pochi sopravvissuti. Nemmeno il tempo di rendersi conto dell’immane tragedia, ed ecco che in un attimo viene spazzato via e azzerato tutto il processo di rinnovamento che con tanta fatica e abnegazione era stato portato avanti dal popolo marsicano fin dal prosciugamento del lago del Fucino.

Due boati intorno alle otto del mattino di quel disgraziato tredici gennaio del millenovecentoquindici annunciano l’arrivo di un grave sconvolgimento che nel giro di poche decine di secondi trasforma in maniera radicale il territorio, l’urbanistica e l’assetto demografico.

Avezzano, come quasi tutti i paesi della Marsica, viene raso al suolo. Abitazioni, stalle, uffici, chiese, scuole, vecchi monumenti e lo stesso castello Orsini diventano un unico ammasso di ruderi senza tetto, e tutt’intorno solo macerie in mezzo a nugoli di polvere e qualche principio d’incendio.

La valutazione più drammatica verrà realizzata soltanto il giorno dopo, quando le stime cominciano a delineare l’incredibile gravità della tragedia: ad Avezzano erano sopravvissute poco più di un migliaio di persone – solo un decimo della popolazione! – riportando ferite più o meno gravi. Il particolare periodo dell’anno, il freddo gelido, la neve e le scarse comunicazioni ritardarono notevolmente gli aiuti e ogni possibile intervento.

I pochi sopravvissuti vagavano come fantasmi per le strade, alla ricerca di aiuto o di un parente o di un amico. Tra loro anche Attilio Mastri, risparmiato dalla belva malvagia, che invece s’era portata via mamma Amelia. Col cuore a pezzi e ancora sotto shock, come un automa si diresse verso il Castello Orsini, la sede del convitto annesso alla Scuola Normale femminile.

I suoi sensi percepivano solo macerie, desolazione e lamenti d’oltretomba, e un brutto presentimento lo stava già divorando. Alla vista delle condizioni del vecchio castello non riuscì a frenare le lacrime, e quando un inserviente miracolosamente scampato al crollo lo informò che le giovani allieve e la direttrice erano state sorprese nel refettorio al momento della colazione e senza possibilità di scampo erano rimaste sepolte sotto le macerie, si lasciò cadere per terra e, noncurante del freddo gelido che gli penetrava dentro fin nelle ossa, pianse amaramente e senza alcun ritegno come solo un bambino privo di ogni forma di difesa può fare.

La sua Maria non c’era più. Un crudele destino se l’era portata via insieme ai suoi sogni.

Era rimasto solo Attilio. Solo, in preda a una sofferenza indicibile che forse neanche il tempo, in questi casi unica medicina, sarebbe riuscito a lenire.

 

Motivazione

Il racconto – ambientato dapprima in una Avezzano pre-terremoto e poi, negli attimi immediatamente successivi all’evento sismico – narra di un amore intenso, antico, pudico e, solo verso la fine si intuisce, senza futuro tra un uomo e una donna. I protagonisti si riconoscono profondamente innamorati man mano che la storia si dispiega, attraverso incontri, dialoghi, epistole che lasciano immaginare al lettore la vita onesta, semplice e riservata del tempo. Pochi secondi distruggono non solo le speranze e i sogni di un amore ma tutto un mondo.

Lo stile dell’autore – caratterizzato dall’uso sapientemente diversificato sia degli strumenti comunicativi sia delle scelte linguistiche – è ben consono al tempo narrativo; il tono all’inizio pacato, disteso e speranzoso e, solo alla fine del racconto inevitabilmente doloroso, con garbo induce il lettore a riflettere sulla imprevedibilità della vita.

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Secondo Classificato 

IL PONTE DI FERRO

di Paolo Menon

(Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale).

«La signora Torregiani… non c’è più: ci ha lasciato da qualche mese, povera donna, non lo sapeva? E comunque il vedovo non è in casa, signora, è uscito da un paio d’ore… in confidenza, ho l’impressione – ma è solo un’impressione, per carità! – che l’architetto sia sempre più in crisi, pover’uomo… e comunque, dopo la morte della moglie – quant’era bella la signora Lara, aah com’era elegante, che vera signora! – dopo la sua morte, le dicevo, l’architetto non sembra più lo stesso, pover’uomo!», sermoneggia la portinaia, dispensando i suoi «comunque» seguiti da generose indiscrezioni in dialetto meneghino.

Nel contempo, l’anziana inquilina del piano rialzato che vive ormai in semisordità con una badante polacca, attende la visita dell’amica coetanea che da circa una decina di minuti si sta intrattenendo, ammutolita, con la portinaia. Quest’ultima, abbassando la voce e avvicinandosi sempre di più all’orecchio dell’ignara visitatrice, chiosa confidandole che «il vedovo non ha più voluto recarsi al cimitero dal giorno del funerale» e che lo sa per certo «dai titolari del bar di fronte che conoscono bene le abitudini dell’architetto».

L’amica brianzola della vecchia donna è visibilmente turbata per la ferale notizia – «aah, mio Dio, che dispiacere, ma che tragedia! questa proprio non ci voleva!» – che la priverà d’ora in poi delle stuzzicanti ricette di cucina etnica che l’adorabile signora Lara le proponeva espiegava così bene… e del piacere di contraccambiare, di quando in quando, con prodotti tipici delle colline brianzole, come i furmagitt (1) o la robiola di Montevecchia di cui la signora Lara era ghiotta…

Poi sale i pochi gradini di pietra grigia con il pacchetto dei furmagitt sul palmo della mano, come se fosse appena uscita dalla latteria, e con aria preoccupata sparisce dietro la porta socchiusa dell’amica che la attendeva, lamentando subito con la badante di avere appreso soltanto ora – «… aah, davvero imperdonabile!» – della tragica morte della signora Lara. Giulio Anfossi Torregiani è un famoso designer della Milano che conta: due Compassi d’Oro, quarantaquattro anni portati da dio, carattere solare ed estroverso, collezionista d’arte del Novecento italiano, oggi maledettamente in crisi per la perdita di Lara. Di lui non si parla d’altro che del suo stato di salute e, soprattutto, che si stia ammalando di solitudine o «molto probabilmente di depressione», come gli abituali clienti ben informati del bar di fronte vogliono far sapere. E non a torto, dopotutto, perché i contorni del disagio ormai quotidiano appaiono sempre più chiari anche allo stesso Giulio, come se fossero disegni progettuali che di ora in ora mutano, evolvono, si ridefiniscono. E come una metamorfosi di silenzi assordanti, la malinconia pervade la sua mente, si ramifica ovunque nutrendosi di ricordi che non intendono sbiadire, che anzi si moltiplicano come mondi inesplorati e surreali in cui le disavventure più impensabili prendono corpo invadendo ogni spazio riservato allo spirito, sino a convivere forzatamente ogni giorno sempre di più con l’ossessione dei sogni che tornano inquietanti a visitare ininterrottamente le sue notti. E a trasformarsi in incubi, come quello ricorrente di Daila, la stupenda cavalla araba di Lara, dalle cui gengive la saliva si riversa fluida sulle labbra arse dal sole impietoso mentre il sudore si cristallizza sul muso, disegnando sottili ricami sui muscoli lignei, sino a che la giumenta si accascia esausta sugli arti esilissimi tirando un sospiro affannoso; poi morde la terra e nitrisce senza voglia, lasciando che il ventre si tragga e si ritragga in spasmi sempre più continui e più forti. Quindi

Daila chiude gli occhi, inspira profondamente, leva il muso al sole e con uno sforzo deciso reggendosi sulle ginocchia, contrae gli addominali con violenza. E quando sente il ventre liberarsi del feto si spaventa! Sorpresa, scalpita con gli occhi nell’infinito, cadendo a ritroso sulla terra secca senza un gemito, mentre la polvere si solleva da sotto il corpo raggiungendo il respiro di Giulio che nel frattempo si sveglia uscendo traumaticamente dall’incubo, come pure dalle apnee notturne di cui soffre.

Giusto sei mesi sono trascorsi dal quel tragico incidente d’auto, ma «Lara si è soltanto allontanata a cavallo, col nostro bambino in grembo, in sella alla sua Daila per qualche giorno», continua a sperare Giulio, anzi, ne è sempre più convinto, chiedendosi cosa succederebbe se contrariamente Lara non tornasse mai più a casa. Di quella duplice perdita dovuta all’ineluttabilità del destino non riesce a farsene una ragione, tormentandosi e riconducendo i progetti in sospeso nella progettualità più ampia di un disegno catartico su cui da tempo nutre un crescente, morboso interesse.

Del resto, trova davvero lacunosa la scienza psichiatrica che non potrà mai soddisfare o, meglio, riempiere la sua vita della felicità pienamente vissuta con Lara, nonostante le pesanti misure terapeutiche adottate per migliorare il tono dell’umore e alleggerire la sofferenza.

L’architetto abita nei dintorni dell’Alzaia Naviglio Grande al terzo e ultimo piano annesso alle ex mansarde di una vecchia casa di ringhiera senza ascensore. L’appartamento completamente ristrutturato è arredato con gusto minimalista, raffinato, colto e governato con ossessivo senso dell’ordine e dell’igiene. Sul tavolo l’agenda dello scorso anno, intonsa.

E’ giorno, si alza, si lava, si veste, dispone meticolosamente le pillole sul vassoietto di porcellana bianca, come ogni giorno prima di deglutirle, iniziando dall’Alprazolam 2 , proseguendo con il Flurazepam 3, quindi il Risperidone 4, per finire con l’Escitalopram 5: quanto basta per curare la sua depressione classificata ormai maggiore. Poi esce.

La giornata è ventosa, mista a pioggia leggera, ma fastidiosa come sa essere l’autunno milanese privo di sole. Vaga per la Milano dei Navigli con in tasca i suoi tanti, tantissimi foglietti di carta per appunti e schizzi. Le tasche della giacca sono gonfie di carta, ormai sventrate e dal taschino fanno capolino mezza dozzina di matite gialle, di varie lunghezze e perfettamente temperate.

Acquista il giornale per abitudine. Starnutisce e, riparato dal maxiombrello di Lara, s’incammina verso Porta Genova. Starnutisce di nuovo maledicendo l’inverno incipiente e pure il giornale che titola sempre sulla crisi economica, quella governativa e sui gossip di merda! Indispettito, lo butta. Poi, mentre estrae distrattamente dalla tasca della giacca il nuovo pacchetto di fazzoletti, dalla tasca fuoriescono decine e decine di fogli che svolazzano ovunque mentre sta passando davanti alla stazione ferroviaria. Centinaia di foglietti finiscono sotto le suole della gente ignara e frettolosa. Quando si china per raccoglierne qualcuno sotto il grande ombrello, c’è chi si scusa per averli inconsapevolmente imbrattati, ma è troppo tardi perché i foglietti si sono ormai imbevuti di scura fanghiglia urbana, marchiati da impronte di scarpe, pneumatici di taxi e di quant’altro.

Dapprima turbato e meditabondo raccoglie pazientemente ogni foglietto, entra nella hall della stazione e con cura sistema le piccole carte tra le pagine dei giornali gratuiti abbandonati sulle panchine delle sale d’attesa. Ne imbottisce una risma, poi sorride. Sorride perché alcuni foglietti, mentre si asciugano, sembrano raccontare ciascuno l’incedere, la fretta, il peso, la postura delle persone… E si diverte come un bambino a osservare incuriosito le suole stampigliate dai loghi dei calzaturifici impressi sui fogli per indovinare la tipologia della scarpa indossata.

Esce dalla stazione con la risma dei giornali sotto braccio. Non piove finalmente e sorride con malcelata malinconia incamminandosi verso il bar della piazza dove bere l’acqua con cui mandar giù una manciata di pillole che sfila dalla tasca dei pantaloni, portandole alla bocca con aria indifferente. Quindi, conversando piacevolmente con se stesso, raggiunge il Pont de ferr. Sale i gradini del vecchio ponte di ferro con insolita lentezza appoggiandosi all’ombrello come a un bastone e seminando ovunque con plateale gratificazione ogni foglietto in suo possesso che ovviamente viene calpestato ancora una volta dalla gente.

Sciorina pensieri al vento su ogni traccia lasciata dal passaggio umano sul ponte che attraversa i binari per accedere in via Savona e di lì alla Mecca del design e della moda.

Scruta le reazioni di ogni singola persona per poi chiedersi se un ponte sia davvero una realtà fisica o un gesto inafferrabile e percorribile al tempo stesso come la poesia visiva di un arcobaleno… se davvero un ponte possa unire culturalmente popoli, religioni, etnie, medicina, economia, arte, letteratura, architettura, ingegneria, design, grafica, musica, pittura, gestualità, segni, scultura, conoscenza, scienza… e bellezza. «Sì, bellezza… la bellezza salverà il mondo!», grida inaspettatamente a squarciagola e «Dostoevskij aveva ragione!

Anzi, ne aveva da vendere!». E gridando alla gente, incalza: «Il ponte è una biblioteca dei saperi… che unisce la vecchia carta con le future tecnologie visuali! Ma non vi accorgete che questo è un ponte tra passato e futuro, tra generazioni diverse che si raccontano?», prosegue eccitato puntando l’ombrello verso la gente che lo evita come un appestato. «Ma cosa blateri?» gli chiede un passante. E lui: «Questo è un ponte tra etnie, le più disparate, che si confrontano per conoscersi, per convivere, per condividere. Sì, condividere! Questo è un ponte tra laboratori di dialogo… tra culture e religioni…». «Ma checcazzo stai dicendo!», urla un altro. E lui di rimando, come se sillabasse: «Da qualunque parte lo si attraversi, mio caro, un ponte è e sarà sem-pre si-no-ni-mo di spe-ran-za!». «Sei proprio messo male, figliolo: avresti proprio bisogno di cure…» gli risponde un’anziana passante con l’aria di chi ha trascorso la vita a soccorrere il prossimo.

«Perché non passate sopra ai miei fogli? Perché? Vi prego… è un esperimento, sì, un esperimento artistico!», insiste l’architetto, invitando la gente a passarci sopra senza timori.

Infatti qualcuno sta al gioco e si diverte, ma altri imprecano, c’è chi sorpreso scuote la testa compatendolo e altri ancora che biascicano volgari commenti….

Poi, improvvisamente, Giulio è sopraffatto dal silenzio… Il Pont de ferr, da verde sporco qual é si sta tingendo di rosso… Anche i volti delle persone, tante – mai viste prima d’ora così tante intorno a sé – assumono colori piatti e solarizzati come quelli delle serigrafie di

Andy Warhol, per poi attenuarsi sfumando ogni cromia e diventare grigi e… si accascia a terra tra i passanti.

La sirena di un’ambulanza si fa meno assordante, forse. Le palpebre pesano più del solito, anzi si stanno chiudendo rabbuiando ogni cosa, mentre sente una mano calda che gli sfiora la fronte… gli tasta il polso… gli solleva l’altro. Socchiude gli occhi per un istante e intravvede tra la gente sfocata, proprio Lara… ma nitida e bellissima nel suo trench nero e gli stivali da equitazione che gli si avvicina allungando le braccia con apprensione, inginocchiandosi e ricoprendolo di baci, di carezze, tante, più di quante ne avesse mai ricevute in tutta la sua vita… Quindi Giulio accenna a un sorriso compiaciuto, tanto agognato quanto estremo.

A casa, sopra il tavolo della cucina dell’architetto, i blister vuoti dei farmaci sono perfettamente allineati sul vassoietto di porcellana bianca, come sul set di uno still-life fotografico per riviste di arredamento di classe.

Note______________________________

(1) Il «Furmagitt di Montevecchia» è un formaggio di latte vaccino. In passato era prodotto anche con latte di «pecora brianzola», ovino autoctono della regione Lombardia.
(2) Medicina per combattere gli attacchi di panico.
(3) Farmaco che riduce lo stato di ansia.
(4) Principio attivo utilizzato nel trattamento delle psicosi schizofreniche.
(5) Farmaco antidepressivo

Motivazione

In una Milano contemporanea e grigia, la storia, con finale tragico, di un insuperabile lutto. Il protagonista, ostaggio della depressione, in cura ma senza convincimento o speranza, sembra schernire la scienza medica utilizzandola per procurarsi l’ultimo barlume di ossessionata visione del passaggio dalla vita alla morte (metaforicamente rappresentato sia dalle impronte delle scarpe lasciate dai passanti sui foglietti sia dal ponte di ferro). Lo stile narrativo, mescolando opportunamente discorso diretto e indiretto, ben rappresenta l’altalenante eppur simultanea condizione del protagonista: la dimensione sociale e quella intimistica e personale, entrambe pervase da profonda e insanabile angoscia.

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Terzo Classificato 

La strega

Di Giovanna Rotondo

La donna  era in piedi su  un carro. Le mani legate, l’aspetto dimesso, malandato. Un uomo, il boia, accanto a lei, la torturava con tenaglie infuocate, piagandole la carne.  Lei pareva non avvertire il dolore, l’espressione del viso assorta… lontana.

“Presto sarà finita”, pensava. “Sono contenta, non potrà essere peggio di così, quando sarò morta”.

Gli occhi non vedevano la folla urlante, ma i campi fioriti nelle estati della sua breve infanzia, quando, piccola fanciulla, raccoglieva  fiori e ne faceva ghirlande o, insieme alle contadine del  suo villaggio, nella pianura padana, cercava erbe per tisane e decotti.

Il padre, di professione maestro, le aveva insegnato a leggere e scrivere e a far di conto. A lei, ragazzina svelta e intelligente, lo studio piaceva molto e imparava in fretta.

In seguito, la lettura era diventata la sua passione, il suo faro: leggeva quando poteva. Non c’erano tanti libri intorno, ma, nelle case benestanti in cui andava a servizio, trovava sempre qualcosa. Lei, di nascosto, leggeva tutte le parole scritte che trovava.

Le grida della gente le giungevano distanti, remote.

Al rogo, al rogo la strega…

Brucerai all’inferno!

Suo padre aveva deciso di darla in sposa, non ancora quattordicenne, a uno che non conosceva,  che non era dei luoghi in cui viveva. Sapeva solo che era un mercante e abitava a più di una giornata di cammino dalla loro casa. L’aveva implorato di non farlo, di tenerla lì ancora qualche tempo. Ricordava di essersi inginocchiata davanti a lui.

“Ti prego, padre, non farmi andare via. Tienimi qui con te. Lavorerò giorno e notte. Qualsiasi cosa. Ti prego!”

L’aveva supplicato, ma lui non aveva voluto sentire ragioni,  né aveva dato giustificazioni alla sua decisione.

Il matrimonio era stato un’esperienza terribile, il marito aveva un carattere violento, la  picchiava spesso e la obbligava a  prostituirsi, lei era lontana dalla sua casa con nessun a cui chiedere aiuto…  aveva pregato in cuor suo di morire, ma era morto lui, accoltellato in una rissa.

Aveva trovato lavoro come domestica e, per qualche anno, era andata a servizio nella casa di una famiglia benestante che l’aveva portata a Milano. Il lavoro era duro, ma almeno nessuno la picchiava, né la costringeva a prostituirsi. Lei riusciva anche a leggere e a dedicarsi alla sua altra passione: la ricerca di erbe e fiori.

 

Siamo qui per giudicare questa donna, colpevole di preparare e somministrare intrugli malefici e di avere rapporti con Satana!

L’aveva accusata perentorio l’Inquisitore, alcuni mesi prima.

“Il processo è stato una farsa inquietante. Tutte quelle persone  potenti contro una poveretta come me. Anche se fossi stata una strega, come dicono, e forse lo sono, non vuol dire che io abbia commesso dei crimini”.

La folla gridava sempre:

Strega, strega… devi morire!

Qualcuno le lanciava degli oggetti, la copriva d’ insulti e sputi.

“Poveri creduloni” rifletteva lei, “non esistono le streghe, né il diavolo, né l’inferno. Li inventano loro per controllarci meglio. Esiste solo tanto dolore”.

“I medici sono delle botti tronfie, piene di vino cattivo… non sanno come lenire le sofferenze della gente”.

Gli avvenimenti degli ultimi mesi, in quelle aule di tribunale, mentre la processavano con prove inesistenti e false, o nella prigione, sotto tortura, per farle confessare colpe mai commesse, erano stati per lei una rivelazione.

L’accusata pratica la magia nera. Si è macchiata di gravi peccati: atti di stregoneria, rapporti promiscui con il Demonio. Omicidio.

Continuò l’Inquisitore rivolgendosi ai membri della Corte: tutti maschi, vestiti di nero, seri, severi.

Che cos’ha da dire a sua discolpa?

Le chiese, guardandola.

Nulla.

Rispose, scuotendo la testa.

Prepara pozioni e filtri magici?

Sì…

Per quale ragione?

Per alleviare il dolore di chi soffre…

Sacrilegio!  Questo è compito di Dio, non delle donne, né tantomeno delle streghe. Solo Dio può alleviare il dolore. Ha mai avuto rapporti carnali con il Diavolo?

Sì.

Assentiva lei, annuendo.

“Sì, ho avuto rapporti con il diavolo ogni qualvolta sono stata stuprata, violentata o picchiata da qualcuno di voi”. Ma non lo disse.

Quante volte?

Non lo so!

Molte?

Forse.

Sussurrava, tenendo gli occhi bassi.

Ha tentato volontariamente di avvelenare le persone presso le quali   era a servizio?

“Ho preparato solo delle bevande calmanti, con fiori di camomilla o foglie di malva”. Ma taceva e piegava la testa:

Sì.

Bisbigliava.

Si chiedeva se tutti quegli uomini di scienza, di cultura, di chiesa, si rendessero conto dell’assurdità di ciò che facevano o dicevano.

“Lo faranno per paura, perché ci credono o gli va  bene così?”

Rispondeva “sì” a qualsiasi folle domanda le venisse posta, qualsiasi cosa, purché non la torturassero.

Non c’era scampo, come nel supplizio dell’acqua che veniva inflitto a una  presunta strega: se questa fosse andata a fondo, con una pietra legata al collo, sarebbe stata innocente, ma sarebbe morta annegata, se fosse rimasta a galla, sarebbe stata colpevole e giustiziata. Un meccanismo perverso!

Ed erano tutti uomini…

“Come mai non c’è mai una donna in queste strane assemblee?”

Aveva scoperto il potere degli uomini: ti violentavano e poi ti accusavano di aver peccato, ti chiedevano delle erbe per i loro mali e poi ti accusavano di essere una strega.

T’ imprigionavano, ti torturavano finché non confessavi ciò che volevano… ti bruciavano sul rogo per peccati che non avevi commesso, né pensato si potessero  commettere.

  • E’ vero che l’accusata ha abbandonato le sue figlie avute fuori dal matrimonio, frutto della sua fornicazione?

“No, non è vero, non è assolutamente vero”.

L’impulso di urlare con tutta la forza di cui era ancora capace, l’aveva scossa con violenza. Ma sapeva che poi l’avrebbero torturata per farle dire che era vero! Non intendeva stare al gioco,  avrebbe detto loro tutto ciò che volevano dicesse. Glielo avrebbe detto da subito.

Un giorno aveva incontrato un uomo d’arme, un capitano, viveva solo e le aveva chiesto di tenere casa per lui. Lei aveva accettato. Nel giro di pochi anni erano nate due figlie. Lei ascoltava il loro respiro, ne vegliava il sonno e,  mentre dormivano, sfiorava i contorni dei loro visini con la punta delle dita

_  Risponda!

_  Sì, è vero.

Mormorò in un sospiro di dolore!

Sentiva nel cuore il grido delle figlie che piangevano: “mamma, mamma dove sei? Lo sentiva ogni momento, da allora.

Chiuse gli occhi e sorrise tra sé rivedendo i loro volti di neonate e di più grandicelle, poi. Le aveva amate più di ogni ragione! Le accarezzò teneramente:

“Addio bambine mie!”

L’avevano costretta a lasciarle in tenera età. Il vescovo aveva ingiunto a lei e al loro padre di dividersi. Erano insieme da molti anni, senza essere sposati e vivevano nel peccato: dovevano essere separati! Il padre delle sue figlie non aveva potuto o voluto sposarla.

“Speravo di accudirvi per tutta la vita, di insegnarvi a leggere e scrivere!”

La obbligarono a prendere servizio in casa di una nobildonna.

Confessa di essere una strega e di aver compiuto riti di magia nera, con l’aiuto di Satana?

Sì!

Rispose, lei decisa.

Dopo aver esaminato i gravi crimini di stregoneria, i rapporti perversi con il Demonio, i comportamenti sacrileghi attribuiti a questa donna e liberamente confessati dall’accusata, questo Tribunale la condanna al rogo!

A lei non interessava ascoltare la sentenza, sapeva che l’avrebbero condannata a bruciare, viva o morta, non cambiava molto. Non aveva più nulla, neanche il suo nome. Si concentrò sulla visione delle sue creature.

“Vi cantavo una ninna nanna per farvi addormentare, cambiavo sempre le parole: dormi, dormi mia piccina, dormi, dormi bel visino, ninna nanna piccoline!

 Erano quasi giunti a destinazione, si vedeva, sul fondo, la catasta con il palo su cui sarebbe stata issata e giustiziata. Intonò una dolce nenia, il suo viso si distese in un attimo di amore.

Il boia scambiò per lamenti la cantilena sommessa e le inflisse altre torture, altro dolore, ma nulla poteva turbare la strega in quel momento.

“Vi auguro ogni bene, figlie mie. Addio!”

Il carro si fermò, erano arrivati al punto in cui lei doveva essere impiccata e poi arsa, non molto distante era stato allestito il fuoco. Lanciò un’occhiata distratta alla folla, che si era zittita:

“Senza dubbio, altre sciagurate si sono rese conto degli orrendi misfatti  perpetrati nel nome di Dio. In nome di Dio e mostrando il crocifisso, si commettono crimini terribili”. Pensò per un momento, guardando i monaci che pregavano con il crocefisso alto, visibile a tutti.

La chiesa perseguiva una violenta caccia alle streghe. Una caccia  fiorente e proficua: confiscava i beni delle presunte streghe e di tutti coloro che avevano, si credeva, rapporti con il diavolo, o erano denunciati perché praticavano riti magici, o ritenuti colpevoli di eresia.

Il boia la fece scendere dal carro e la spinse verso l’impalcatura, c’erano dei gradini di legno, li salì.

“Chissà se mi bruciano da subito o mi strangolano prima come atto di clemenza, per aver confessato, concedendomi di soffrire meno…”

Non capitava spesso che una donna arrivasse a delle conclusioni, era accaduto a una come lei: povera e sola, a cui era stata inflitta una condanna assurda. E forse era proprio questa la ragione!

Aveva compreso che chi fosse capitato nell’ingranaggio veniva stritolato.  La giustizia non esisteva, non c’era e non c’entrava. Non poteva esserci giustizia là dove era ammessa la tortura. La tortura era strumentale alla confessione, se non confessi, ti faremo confessare con insopportabile dolore. Solo la mente umana poteva escogitare mezzi talmente perversi  a cui non si poteva resistere.

La tortura era un’arma immonda: si confessava qualsiasi cosa! Le tenaglie infuocate, le forche, i roghi e quant’altro, erano nulla in confronto.

Si mise a cantare piano, con voce dolce, intanto che saliva i gradini:

  • Ninna nanna, dormi dormi, mia piccina che la mamma ti è vicina

 

Motivazione

Medioevo e caccia alle streghe (o presunte tali), l’ambientazione del breve racconto. E’ la denuncia di una sottomessa condizione femminile in effetti senza limiti temporali. Una donna, accusata di praticare la stregoneria, viene torturata, vilipesa e infine bruciata viva. La voce narrante che, ora esterna ora interna alla storia (quella della protagonista), rievoca le vicende accadute; l’uso del discorso diretto, spesso non virgolettato, e quello indiretto, alternati; i nostalgici e dolorosi ricordi delle sue figlie, delineano uno stile narrativo serrato e incalzante che ben rende il clima oppressivo e senza scampo della ineluttabile persecuzione.

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