Argentieri

IL SIGNOR ROSSI

di Giuseppe Argentieri

Il signor Rossi non parla ma sa ascoltare. Matilde gli aveva sempre voluto bene, un bene disinteressato e innocente proprio come la sua età bambina. Non sapeva con esattezza come lo avesse conosciuto, forse era stato quando si vergognava delle sue lentiggini; aveva l’aria bonaria e il profilo generoso che ricordava Poldo dei cartoni animati. A lei piaceva che ci fosse qualcuno che sapesse ascoltarla. Era il suo amico segreto che custodiva gelosamente.

Non aveva confidato nulla ad alcuno per paura che il signor Rossi poi si urtasse e se ne andasse via lasciandola senza nessuno cui raccontare le vicende. Lui sapeva accoglierla a farla sentire a proprio agio. Quando qualcosa la colpiva particolarmente, quando sua madre la rimproverava per un’azione che a lei non sembrava così grave, quando sentiva i genitori discutere animatamente urlandosi in faccia accuse reciproche, quando il mondo dei grandi le appariva così incomprensibile Matilde fuggiva dal signor Rossi. Lo incontrava delle volte in giardino, altre volte prendeva forma nella sua cameretta, altre ancora lo percepiva al suo fianco quando si inginocchiava sulla sedia e col viso sorretto dagli avambracci, puntati sul davanzale, rimaneva a guardare la pioggia cadere. Le piaceva osservare le gocce sul vetro che immaginava perle di una collana da indossare come sposa del cielo, poi altre scomporsi e scendere giù percorrendo rivoli bizzarri che si divertiva a ricalcare scivolando sul cristallo con la punta del naso.

“Sai che oggi durante la ricreazione Giacomo mi ha dato un bacio sulla guancia? Credo proprio che presto ci fidanzeremo” aveva confidato una sera al signor Rossi. Seduta sul letto, come una piccola indiana, aveva preso i pastelli di legno ed iniziato a disegnare un grande cuore rosso.

Lui svanì non appena la porta si aprì. Il papà le baciò la fronte e con fare affettuoso le disse:

“E’ ora di dormire principessa!”

Con la testa che faceva capolino tra il cuscino e le lenzuola salutò il babbo, poi rivolse una sommessa buonanotte al signor Rossi prima che il sonno l’avvolgesse tra le sue braccia sotto un cielo di stelle.

C’è la luna stanotte. Ho messo la mia vita dentro un borsone; chi nasce povero in una terra povera sa farsi bastare l’essenziale. “La vita si fa con quello che hai” mi ha detto qualcuno. Non è facile. Mio padre mi ha insegnato il valore del lavoro e la dignità della fatica prima che una mina antiuomo dilaniasse il suo corpo Ogni giorno mi adopero per creare qualcosa; al mattino mi alzo e trovo davanti a me un foglio bianco, una stanza vuota, un cielo da colorare. Faccio tesoro di ciò che mi ha trasmesso e con caparbietà, o forse follia, cerco di riempire di parole collegate e sensate quel foglio bianco. Cerco oggetti che raccontino la mia esistenza, che rappresentino la quotidianità della mia famiglia, cifra dei miei affetti. Immagino pastelli colorati da portare a mia figlia per dare vita alle sue fantasie, per dipingere i suoi sogni che sono il nostro cielo. Qui il cielo, quello vero, sembra grigio anche quando non ci sono nuvole: è un azzurro solo apparente che non è connesso alla gioia, non dona conforto, non alimenta il sorriso e la speranza. Il cielo sotto il quale gli uomini si sparano e si uccidono non ha colore. Sono stanco di questa guerra che ogni giorno cancella le parole che ho messo insieme per raccontare di noi, che nega un sonno tranquillo, che ruba pastelli. Sono stanco.

“Vado io” disse Matilde sorridendo a sua madre. Prese il piatto di plastica con dentro gli ossi avanzati del pranzo e scese giù. Attraversò la strada e raggiunse il piccolo albergo dello zio dove sul lato posteriore lo attendeva Fred. Il simpatico dalmata la riempì di feste alzandosi sulle zampe mentre, divertita, gli accarezzava la testa cercando di travasare il contenuto del piatto nella ciotola del cane. Poi lo salutò abbracciandolo con Fred che, scodinzolando, le leccava i capelli e le mani. Tornò a casa pronta per fare i compiti.

Mia moglie mi guarda con occhi profondi; la trovo bellissima nonostante la tensione ci annodi lo stomaco. Voci concitate e braccia tese la sollecitano a salire su questo barcone. Poi è il mio turno; Oluremi mi stringe forte nascondendo il volto sulla mia spalla. Il borbottio cupo del motore si mescola a un silenzio surreale. Vedo la terra, la mia terra, allontanarsi; un crampo mi chiude il petto, mi soffoca il cuore. La mia consorte mi tiene la mano per mitigare le mie lacrime. Spero di tornare un giorno e di poter abitare in pace la nostra piccola casa. Spero di riabbracciare i miei fratelli e non sentire più i colpi di mitra e fucili. Ora non posso restare: il mio istinto di protezione mi impone di difendere questa donna e questa bambina: sono la mia ragione di vita.

Il primo raggio di sole mi coglie provato. Oluremi e la madre dormono abbracciate in uno spazio angusto che sono riuscite a ricavarsi; le avvolge una coperta consunta che ho barattato con una sedia qualche giorno fa. Ci si muove a fatica: stipati all’inverosimile e sballottati dallo sciabordio del mare. Un lezzo pregnante aumenta di ora in ora. Le donne si passano un secchio di fortuna che usano come water, gli uomini si arrangiano come possono; alcuni si immergono in acqua rimanendo con un braccio attaccati all’imbarcazione. Le ore calde menano duro. I lamenti delle creature si intensificano, si cercano ritagli d’ombra sfruttando indumenti legati tra loro.

Oluremi mi dice che vuole tornare a casa, vuole scendere da questo inferno. Le dico che presto tutto questo finirà. In realtà nessuno sa dove ci troviamo, se la rotta sia quella giusta nè quando riusciremo a vedere un lembo di terra. Ora bisogna sopravvivere, mangiare con parsimonia quel po’ di pane e frutta secca che abbiamo con noi e centellinare le scorte d’acqua che ormai assomigliano più ad una brodaglia insipida. La notte restituisce il silenzio. La stanchezza sfuma in rassegnazione, in paura di non farcela. Qualcuno si tiene il volto tra le mani e sbiascica una preghiera. Il dubbio comincia ad insinuarsi in me: mi chiedo se questa sia stata una scelta saggia o se sto conducendo mia figlia e mia moglie verso una follia suicida. Ho la gola arsa dalla sete, dal sale del senso di colpa che brucia il coraggio che pensavo di avere. Dico che non ho abbandonato la mia terra per morire in mare in un ipotetico dialogo con me stesso o forse con la vita.

Il mio riposo precario è interrotto da un rumore che diventa sempre più nitido e assordante: un elicottero. Gira sopra di noi sparando un fascio di luce accecante. Tutti si agitano, si dimenano urlando parole che si sovrappongono, gettate verso la speranza. Dopo pochi minuti veniamo accostati da una grande imbarcazione piena di luci e di uomini. Una voce nella nostra lingua diffusa prepotente da un altoparlante ci avverte che stanno per soccorrerci. Ci lanciano bottiglie di acqua in attesa di organizzare il trasbordo. Oluremi e mia moglie sono tra le prime a salire; le raggiungo di lì a poco e tra un andirivieni concitato di persone rimaniamo seduti sul ponte avvolti da strane coperte simili a fogli di metallo.

“Oggi nell’albergo di zio è arrivato un gruppo di persone dall’Africa – raccontò Matilde al signor Rossi mentre si lavava le mani prima di cenare – papà dice che sono scappate dalla guerra”. Era incuriosita da quella notizia che aveva alterato il ritmico tran-tran quotidiano della piccola comunità dove viveva. Alcuni giorni dopo prese un piatto con una serie di avanzi, preparato dalla madre, e si recò vispa verso la cuccia di Fred. Quando già pensava alle coccole del cane il suo sguardo fu rapito da una presenza che la fece sobbalzare: a pochi metri una bambina dalla pelle scura e con i capelli neri e ricci la guardava. Provò un certo disagio in quella situazione, tuttavia durò poco: le sorrise salutandola con un “Ciao” e poi puntò verso il cane che la riempì di feste saltando e scodinzolando in attesa del cibo. Si girò verso Oluremi e con un gesto della mano la invitò ad avvicinarsi. Quel giorno Matilde e Fred ebbero una nuova amica.

Dopo aver raccontato l’episodio a sua madre Matilde se ne andò nella sua cameretta e con un’espressione solenne e felice prese a dire al signor Rossi:

“Questo pomeriggio ho conosciuto una bambina che viene dall’Africa, zio mi ha detto che si chiama Oluremi; non capisco la sua lingua però mi piace stare insieme a lei. Le ho anche presentato Fred che subito l’ha riempita di feste. Lei all’inizio aveva paura, ma io le ho preso la mano, le ho fatto vedere come si accarezza un cane e si è sentita rassicurata”.

Le autorità ci hanno riconosciuto lo status di profughi. Chi fugge dalla guerra viene considerato tale. Da qualche giorno ci hanno trasferiti in un piccolo centro; siamo alloggiati in albergo non molto grande in attesa che ci facciano sapere della nostra sorte. Ci danno da mangiare tutti i giorni quantità abbondanti di cibo e quasi stentiamo a credere sia per noi. Ringrazio Dio per non averci fatto morire in mare e ringrazio ancora queste persone che ci ospitano e ci fanno sentire esseri umani. La notte mi capita di svegliarmi di soprassalto convinto di aver udito un rumore di spari; è solo la mia immaginazione, qui c’è una pace assoluta che non conoscevamo. Il cuore mio e di mia moglie è colmo di gioia: Oluremi ha una piccola amica dai capelli rossi e dalla pelle chiara con la quale trascorre i suoi pomeriggi. Le guardiamo dal balcone del nostro alloggio mentre ridono e corrono nel prato dietro l’albergo inseguite da un cane che sembra parlare loro e capirle.

Un pomeriggio Matilde invitò Oluremi a giocare a casa sua. Più delle bambole la piccola rimase affascinata dai pastelli colorati. Li prese con cura e li annusò come fossero dei frutti. Matilde si divertiva a guardala così estasiata, aprì un album di fogli bianchi e insieme iniziarono a colorare. Lo fecero per ore; per interi pomeriggi. Le loro fantasie parlavano la stessa lingua, quei segni di giallo, di verde, di blu non avevano barriere.

“Vedi quanto è brava la mia amichetta!?” disse al Signor Rossi mostrandogli un disegno regalo di Oluremi. C’erano raffigurate due bambine che correvano su un prato pieni di fiori e c’era un cane che le inseguiva gioioso sotto un cielo azzurro popolato di sole e farfalle. Ne fu talmente felice che lo adagiò, con gli occhi tondi, di gioia su un ripiano della libreria nella sua cameretta..

In un giorno di pioggia Matilde insegnò ad Oluremi il gioco delle gocce: si inginocchiarono su una sedia e con i visi rivolti verso il cielo aspettavano che una stilla scendesse sul vetro per poi seguirla con la punta del naso nella bizzarra traiettoria. I genitori di Matilde non avevano mai visto la loro figlia così felice. L’arrivo di Oluremi aveva acceso di una gioia nuova il cuore di lei e quella tenera amicizia luccicava come un cristallo prezioso.

Stamattina è arrivata la polizia. Ci hanno dato pochi minuti per raccogliere le nostre cose, sembra ci siano disposizioni per trasferirci in un altro luogo dove ci uniremo con altri profughi. Oluremi mi implora di rimanere qui tirandomi la camicia con le piccole mani. I suoi singhiozzi accorati sono lame di coltello nel mio cuore. Per rassicurarla le dico che non appena possibile torneremo di nuovo qui; le mie parole sono vane.

“Perché tu e papà siete tristi?” chiese Matilde alla madre mentre pranzava dopo essere stata a scuola. La donna guardò il marito, attimi di imbarazzo, e prese a dire…

Matilde si alzò di scatto facendo cadere la forchetta, scese le scale e corse a perdifiato verso l’albergo dello zio. Un silenzio pesante sembrava essersi impossessato della struttura. Cominciò a gridare “Oluremi! Oluremi! Oluremi!”. Correva e pronunciava quel nome. La cercava e sperava di vederla in ogni angolo, dietro ogni porta. Non poteva essere andata via così, avevano mille cose da fare. Andò verso la cuccia di Fred; aveva percepito anche lui qualcosa: con la coda bassa camminava in tondo su uno spazio minuscolo emettendo latrati cupi. Rimase solo l’eco di un nome urlato.

Matilde è nella sua cameretta, vuole rimanere sola. Piange seduta sul letto e continua a chiedersi “Perché?”. Vicino la finestra, sulla libreria, c’è un disegno di due bambine e un cane. Poco più in là il signor Rossi che non parla ma sa ascoltare.

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