Sez. Racconti 2016 – 1° classificata

Prima Classificata

ADOLFA E IL PIRATA

di Ilaria Salvatori

 

Casa nostra sta in un quartiere talmente piccolo che se lo cerchi sullo stradario non lo trovi. Un giorno Irmona la cancelleranno da tutte le mappe, perché nessuno ci viene mai a trovare e il turismo non esiste. Ormai nemmeno la geografia ci studia più. Siamo talmente scialbi che probabilmente moriremo insipidi. In questo quartiere si sono incontrati Adolfa e il Pirata. Adolfa è una bizzosa vecchina di ottantadue anni. Suo babbo quando era in vita, faceva il pilota di aerei ed era un tipo superstizioso, poi un giorno durante un volo gli tagliò il cielo un corvo nero, e l’aereo si schiantò precipitevolissimevolmente su un campo d’addestramento per fachiri. La mamma era una fotografa e aveva lo studio più piccolo del mondo, in pratica una camera oscura. E’ lì che Adolfa è stata concepita. Quando è nata, l’hanno scambiata per un rullino e invece che nella culla, l’hanno messa a sviluppare in un bagno chimico tra solfito e carbonato di potassio. Fin da piccola Adolfa aveva la passione per le immagini.

Quando la mamma la portava con sé al lavoro, cioè a rubare scatti, la infilava tra l’obiettivo e il diaframma. Così Adolfa passò gran parte della sua giovinezza rannicchiata dentro una macchina fotografica e le immagini non ebbero più segreti per lei. A quattordici anni si costruì da sola una cinepresa con un ventilatore da soffitto. Faceva trenta cortometraggi con cinque rulli di pellicola, ma dovette smettere quando la mamma si accorse che se la buscava tutte lei. Allora rubò il primo videoproiettore CRT a tubo catodico, con cui proiettò la sua opera prima, un film interamente basato sulla pastorizia degli alpaca, che nessuno, apprezzò.

Dieci anni dopo istituì la prima rassegna festivaliera di Irmona.

Era una comunissima mostra cinematografica ma con un solo film in concorso, sempre quello sulla pastorizia degli alpaca, cui nessuno ancora una volta, s’interessò. Fu allora che iniziammo a chiamarla Adolfa. Dopo l’ennesima dimostrazione d’indifferenza generale al suo discutibile talento per la messa in scena, ci costringeva, nostro malgrado, almeno una volta a settimana a visionare, in un’arena allestita per l’occasione, la serie di mediometraggi dei suoi albori cinematografici, tra cui: Io che mi sveglio, Io che mi lavo, Io che mangio ed Io che soffro d’insonnia, ma soprattutto, “il più classico dei classici”, L’importanza di essere un alpaca, venti bobine di prati brutalmente ruminati, da quei masticatori pellicciati. Durante la visione, molta gente si addormentava, mentre io una volta caddi dalla sedia scatenando l’ira di Adolfa che mi costrinse a vedere il film ginocchioni sulle caramelle Rossana. Dopo la visione del film, la serata termina con un dibattito in cui gli irmonesi dicono sempre a rotazione le stesse frasi ultra-elogiative e Adolfa insulta tutti, definendoli “poveri stracci”, o quando non è in vena di usare una dialettica appropriata, Poracci. Ormai la gente è talmente abituata al suo despotismo che ognuno possiede in casa la sua copia de L’importanza di essere un alpaca, e la visiona con dovizia di particolari anche quando non è obbligatorio andare in arena per la serata cineforum.

Il Pirata era un attore, aveva vent’anni e non si sapeva dalla pancia di quale mamma fosse uscito.

Nel mese della vendemmia, era stato abbandonato dentro una gerla di vimini e delle religiose travestite da pinguini, l’avevano trovato e accudito nel loro convento. Era uno spirito libero sempre in cammino per le strade sporche del mondo, con la sua compagnia degli Sciamannati, composta di quattro nerboruti maschioni, che portavano in giro le avventure vissute un po’ più in là, in qualche posto di cui, ormai, nessuno di loro ricordava più il nome e in cui sicuramente c’era stata una scazzottata, una sbronza o una conquista. Il Pirata, mangiava e beveva ogni giorno a una tavola diversa e non c’era signorina in età da sposalizio che non avesse provato a maritarselo, ma lui era veloce a scappar via, come una Bugatti in tangenziale, ogni volta che una lingua femminile lambiva troppo le sue labbra di mascalzone. Così qualche volta, appena dopo aver infranto l’ennesimo sogno d’amore, aveva bisogno di mettersi le dita in gola per vedere se veramente aveva un cuore. Era un mattino di primo inverno quando, dopo la prolungata calda stagione, finalmente le unghie degli alluci iniziavano a carezzare i calzini imprigionati nelle scarpe. Il Pirata e gli Sciamannati gironzolavano nel quartiere già da qualche ora, e senza che nessuno se ne fosse ancora accorto si stavano improvvisando bardi strimpellatori nell’arena giù in piazza, mentre cento metri più in là Adolfa piangeva lacrime amare, in onore del suo perduto talento di cineasta.

Aggiungo tre particolari:

Uno. In un certo senso lo charme del Pirata era dovuto a una voglia di semaforo rosso che aveva sulla fronte, leggermente in alto a destra, e che vuoi per dovere civico, vuoi per curiosità, portava chiunque gli si parasse davanti a fermarsi a bocca aperta per un tempo compreso tra i tre e cinque minuti.

Due. Quando il Pirata si scostava dalla fronte i ciuffi di capelli che cadevano sugli occhi, il passaggio della mano sulla zazzera folta produceva un suono dolce e armonioso come quello delle onde che s’infrangono sul bagnasciuga, e in un attimo sembrava di trovarsi in villeggiatura sulla riviera.

Tre. Qualunque stagione fosse, il Pirata vestiva alla marinara, portando in giro le sue braccia macistiche e le cosce da lottatore ante Cristo. Aveva un fisico che faceva star male i culturisti, nel senso che quando lo vedevano si chiedevano se il risultato di tutto quel ben di Dio non fosse merito delle Lasagne alla Crudaiola cucinate da sapienti mani di massaia, piuttosto che dell’assunzione di pillole e ormoni di orangutan.

Dunque dicevo, era un mattino di primo inverno e i mezzibusti degli anchorman nelle televisioni delle case di Irmona parlavano a bassa voce perché col casino che facevano i singhiozzi del pianto di Adolfa, era fatica sprecata usare un tono moderatamente alto. Si udì da lontano un urlo straziante, più simile a quello di un antifurto di ultima generazione, e poi Adolfa stramazzò a terra priva di sensi rotolando fino all’arena. Il Pirata le andò vicino e con l’alito le scongelò una lacrima che si era fermata a metà del guanciotto rugoso, poi riprese i canti e le danze con gli Sciamannati.

Quando rinvenì Adolfa si toccò il viso e scoprì di essere asciutta. Oh mamma! E adesso?

Senza lacrime come si fa? A chi si sarebbe stretto il cuore vedendola fresca e asciutta come una pasta ripiena di zabaione? Dove caspita erano finiti tutti i rigagnoli di quel ruscello doloroso che aveva smesso di sgorgarle un istante prima?

Ladri! Chi mi ha rubato il dolore? Lo rivoglio!

Quindi Adolfa sbatté i piedi a terra, alzando un polverone degno di un toro castellano, rimbalzò sulla collina del Vattelappesca, che era la cima più alta di Irmona, finì dentro il bar della signora Limonata Felice, sventolò le labbra sopra il bancone mandando in frantumi tutti i vini d’annata, investì degli scolari di passaggio come birilli del bowling, atterrò sulla pista del Dancing TaccoPuntaTacco, carambolò contro un frigorifero pieno di carne congelata, sfondò la porta di casa di un povero cristo, uscì dalla finestra e si ritrovò di nuovo in arena.

Ti sei rotta qualcosa? – domandò il Pirata.

No – rispose Adolfa. – Sono indistruttibile.

Il Pirata annuì passandosi una mano fra i capelli e subito l’udito di entrambi fu investito dal rumore delle onde. Restarono alcuni istanti a guardarsi, poi Adolfa disse:

Forte il mare d’inverno. E il Pirata rispose:

Forte il tuo sorriso illuminato.

Quale sorriso? Stava per chiedere Adolfa. Poi il Pirata le porse una bottiglia vuota che un tempo doveva aver cullato dentro di se un Trebbiano e si specchiò la bocca. Aveva le labbra talmente fine che le lasciava scoperta una quantità infinita di denti, tanto da sembrare la testimonial di quegli spot sul dentifricio che ti assicura un bianco splendente e l’alito più fresco dell’aria di montagna. Invece lei non aveva mai sorriso in vita sua.

E’ il mio pezzo forte – disse. – Vuoi vedere la mia collezione di lungometraggi?

Il Pirata strizzò entrambi gli occhi, che era il suo modo per dire sì e ordinò agli Sciamannati di andarsi a fare un giro. Arrivati alla fine del capolavoro sugli alpaca, squidisciò la zazzera al vento irrompendo la pace dei sensi di due acerbe bambinette affacciate a una finestra.

Poi strinse forte la manina di Adolfa, che nella sua ci stava almeno tre volte, e disse:

– Vuoi diventare la mia musa?

A quelle parole Adolfa fece un sorriso da entrare nella storia, smarmellò le braccia in aria, roteò su se stessa alla velocità di un Rivarossi e si abbandonò sul petto del Pirata.

Chi la vide, quel giorno, giurò di non averla riconosciuta per la despota che era stata.

Ah, la forza dell’amore! Adolfa sorrideva tanto che doveva stare attenta a non scucirsi la bocca e il Pirata non aveva neanche un po’ di quella paura che lo faceva scappare sempre, anzi cantava fortissimo dalla gioia e componeva versi sul momento che dedicava tutti alla sua nuova adorabile compagna tascabile. Fu allora che Adolfa capì che era l’uomo della sua vita.

Quando arrivò la sera Adolfa andò a rannicchiarsi dentro la sua macchina fotografica, mentre il Pirata si riconciliò con gli Sciamannati e dichiarò:

Ragazzi, ne vedremo delle belle.

E dove stanno? – chiesero quelli.

Parlo di Adolfa.

Strani gusti, amico – dissero i quattro Sciamannati, che non erano mai stati così scettici in vita loro.

La mattina dopo, Adolfa e il Pirata videro di nuovo insieme il film sugli alpaca.

A fine proiezione Adolfa chiese se poteva dargli un bacio e lui strizzò entrambi gli occhi contemporaneamente.

Iniziarono a baciarsi alle undici e quarantadue con la tecnica dello stura lavandino e non finirono prima che il sole iniziasse a ballare il limbo sull’equatore.

– Baci a regola d’art … – fece in tempo a dirle, ma Adolfa si era già incollata di nuovo e finirono alle otto della mattina dopo.

Quando tornò dagli Sciamannati, gli chiesero: “Si può sapere cosa ci fai con quella vecchia rugosa?”

Il Pirata rispose: “Nulla ragazzi, solo un paio di baci.” Non mentiva il ragazzo.

Così l’amore tra i due illuminò la nostra Irmona, e ci sentivamo talmente felici che Adolfa quasi non ci obbligava più alle serate di cineforum. Avevamo perfino iniziato a interessarci di nostra spontanea volontà al cinema e alla pastorizia degli alpaca, tanto che ne trovavi almeno uno in ogni appartamento del quartiere, finché un brutto giorno non arrivò nel quartiere GiòGiò Scaldamazza, una specie di starlette godereccia e un po’ mignotta, dall’età indefinita, che era partita da Irmona diversi anni prima in cerca di fortuna.

Arrivò con una tutina di latex nera, stivali sadomaso e mascherina. Sopra

il casco portava la scritta: “Loro non sanno quello che gli faccio, io so quanti me ne faccio.”

Ogni moglie di Irmona tremava quando sentiva il nome di GiòGiò Scaldamazza.

Non c’era maschio al mondo con cui non avesse copulato. Quando capitava al bar della signora Limonata Felice in una Domenica qualsiasi di campionato, si metteva sulla soglia del bagno e aspettava che le prostate dei clienti in estasi da goal fossero sollecitate per soddisfare le loro voglie più torbide. Tutti, prima di uscire da casa, controllavano se camminava nei paraggi GiòGiò. Se non c’era, uscivano da casa in corsa e giocavano la schedina o compravano il latte, ma quando si voltavano era già troppo tardi: lei ti aveva già abbassato la lampo dei pantaloni. GiòGiò arrivò una sera nel quartiere in sella alla sua roboante Graziella truccata, col motore di una Lamborghini Aventador LP 700-4, una bici da duecento all’ora. Al suo passaggio tutti i membri maschili diventavano barzotti per l’eccitazione e i coglioni si gonfiavano. Posteggiò davanti al bar ed entrò. Si sfilò lentamente i guanti di pelle battendoseli contro il palmo della mano destra e con aria da gattona lanciò sguardi languidi qua e là.

Alla cintura le vedemmo una cartucciera di preservativi di tutti i colori e tutti gusti possibili e immaginabili.

Qualcuno di voi – disse – conosce una certa Adolfa che si permette, di essere felice con l’uomo che ama da queste parti?

Nessuno rispose. Nel silenzio GiòGiò fece risuonare i tacchi sul linoleum del pavimento e si fermò alle spalle di un povero tracannatore di Calvados.

Lei è il signor Plantageneto Censi?

Sì – ammise il tracannatore.

Otto estati fa io ho copulato con lei al lido delle Mutande Pazze: era in procinto di sposarsi.

Nulla sfuggiva alla memoria di GiòGiò Scaldamazza.

Allora – intimò GiòGiò – vuole dirmi, dove posso trovare Adolfa o vado a fare una visitina a sua moglie?

Confesserò – disse il tracannatore. – Adolfa sono due sere che si sdraia sulla collina del Vattelappesca a contare le stelle.

Era così. La collina era diventata il nido d’amore condiviso con il Pirata. Lì sopra si fece trovare GiòGiò Scaldamazza.

Si mimetizzò in mezzo al verde, dopo aver studiato accuratamente la silhouette dei pini e dei cipressi, distribuendo come poteva la procace massa del suo petto.

La cosa le risultava abbastanza difficile. Mettersi in mostra, l’avrete capito, era la sua specialità.

Quella sera, come le precedenti, Adolfa era uscita dalla sua macchina fotografica ed era passata a prendere il Pirata che nel frattempo si era stabilito definitivamente in arena con gli Sciamannati che davano spettacolo tutte le sere per la gente di Irmona.

Il Pirata arrivò e Adolfa gli si avvinghiò al petto come un koala.

Quando raggiunsero la collina, il cielo era sereno e le stelle attaccate nell’ordine di sempre.

Adolfa si rannicchiò tra i fili dell’erba. Fu allora che si avvertì un movimento all’orizzonte e si vide GiòGiò Scaldamazza farsi largo tra le viole del pensiero, vestita di abiti succinti, ribaltare una panchina di legno e avventarsi contro il Pirata.

Adolfa vide GiòGiò che faceva volare i vestiti alla marinara del Pirata tra i cespugli alle loro spalle e non esitò un attimo. La afferrò per i piedi e le fece girare le rotule come fosse un cric. Mentre le rotule giravano su se stesse e mandavano scintille, la bambolona iniziò a gonfiarsi tutta: la pancia divenne quella di una giovenca gravida, il sedere aveva preso le sembianze dei gonfiabili del Luna Park, per le tette, un reggiseno a balconcino era riduttivo, serviva tutta la terrazza, braccia e mani poi sembravano quei palloncini a forma di bestiole che trovi alle feste di compleanno con i clown. Uno spettacolo impressionante: volavano in aria pezzi di silicone e brandelli di tutina. Adolfa superò se stessa. Con un ultimo giro di rotula, l’acchiappò per i capelli e la fece girare esattamente davanti al suo viso. GiòGiò Scaldamazza ingoiò un molare e tentò di divincolarsi. Fumava tutta come un vecchio radiatore e puzzava di gomma bruciata.

Rifiatò un momento e poi disse:

Gran bel manzo vero?

Chi?– disse Adolfa con un sorriso beffardo.

In effetti, non c’era più traccia del Pirata. GiòGiò lo cercò tra i cespugli, ma non lo trovò.

– Una notte di fuoco con me e i miei bollori non te la toglie nessuno, mio bel trombone.

Hai chiuso con la felicità, Adolfa!

Dai piedi della collina dove osservammo la scena, rabbrividimmo. Adolfa senza più il suo Pirata era come la polenta senza il cervo.

Che cosa potevamo inventarci? GiòGiò aveva appena poggiato le sue labbra gonfiate a 2.8 su quelle del Pirata quando sì udì un urlo di battaglia.

Quello che vide sconvolse la sua reputazione di svergognata.

Tutta la collina era piena di donne. Alcune imbracciavano un battipanni, altre dei mattarelli: c’era chi aveva portato lo spray al peperoncino e chi quello alla paprika piccante. Una schiera di mattarelli era posizionata a sandwich intorno alla Graziella di GiòGiò Scaldamazza. Una stava a gambe larghe con una parannanza che portava la scritta: La cistifellea perdona, io no. Due Pussy Riot russe correvano seminude verso la collina, portandosi dietro tutto ciò che si trovavano davanti. Le vecchie del quartiere erano uscite con gli scooter elettrici e guidavano chi senza mani, chi senza occhiali, chi in gruppi piramidali di sei: sembrava la processione del mese mariano. Completavano il quadro una vedova che guidava un caterpillar escavatore e quattro gemelle su un tandem senza freni. GiòGiò Scaldamazza strabuzzò gli occhi come un barbagianni. Da una parte c’era Adolfa in trappola, dall’altra il più spaventoso schieramento di cromosomi X mai visto nella storia del femminismo. Prese a tremare così forte che la mascella le andava su e giù come quella di Linda Lovelace ai tempi di Gola Profonda.

Stramazzò al suolo e come un pallone di plastica sgonfio.

La vittoria era nostra. Cavalcammo l’ambulanza che arrivò a razzo sulla collina, al ritmo di un singolare coro da stadio.

Ora GiòGiò è stata dimessa dal manicomio e ha aperto, ai margini di Irmona, una casa di piacere che, tra le altre cose, promuove il sesso come terapia per i disabili.

Adolfa, il Pirata e gli Sciamannati si sono messi in società, hanno una compagnia teatrale.

Lui recita. Lei dirige.

 

 

 

 

 

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